
Due allestimenti dello stesso spettacolo a distanza di sei mesi :
in gennaio a Vienna e a luglio a Monaco .
Cavalleria e Pagliacci in un vecchio , ma prezioso ed elegante allestimento di Jean Pierre Ponnelle che separa elegantemente Mascagni da Leoncavallo , godibilissimo e sicuramente appagante per i cultori dell’opera .
Nessuna sovrastruttura , tutto affidato alle voci e alla interpretazione dei cantanti di grande livello.
Ma uno spettacolo così avvicina un pubblico nuovo alla lirica ?
Ho cominciato a domandarmelo vedendo uno spettacolo davvero nuovo a Monaco e lo si potrebbe intitolare la tragedia di un uomo sovrastato dagli eventi sociali e dalle conseguenze dell’amore , tanto per citare uno dei film ai quali il plot rivisitato si rifà.
Qui si parte dalla fine : la storia un povero ragazzo siciliano negli anni 60 del Novecento costretto a lasciare la Sicilia e il suo grande amore per andare a lavorare in Germania .
Un ragazzo con la valigia che in qualche modo diventa il filo conduttore dei due atti fino alla tragica fine quando esclama
“ la commedia è finita”
Scopro in realtà che nei due libretti c’è scritto già quasi tutto: Santuzza racconta a Mamma Lucia il perché del suo sventurato amore per Turiddu e si capisce bene perché il ragazzo vada fuori di testa quando canta disperato “troppi bicchier ne ho tracannati”.
Mamma Lucia , non è figura passiva , come probabilmente sarebbe stato davvero una mamma negli anni sessanta del Novecento e rispedisce il figlio in Germania.
La storia riprende come nel bellissimo film Una tranquilla vita , un emigrante con segreti nel cuore che si rifà una vita nel grande paese che lo accoglie , è un emigrante che poi nel momento finale grida al proscenio “ no , pagliaccio non sono! davanti alla platea bavarese ed è forse il momento più emozionante di questo allestimento anticonvenzionale.
Alla fine penso che quest’opera , anzi queste due opere oltraggiate , possano essere più vicine ad un pubblico giovane che magari non va tanto all’opera e forse non ama il bric à brac folkroristico.
Tante cose non vanno nell’allestimento e di questo ho già parlato in un precedente post , per esempio non ho trovato la solita professionalità nei cori , qui troppo allineati e gestiti banalmente , la drammaturgia è discontinua , c’è solo un Kaufmann mostruoso grande attore che rende efficace tutta la storia.
Ma forse , una volta tanto , bisogna ammettere che rileggere attualizzando il classico spettacolo del verismo italiano , si può fare una operazione culturale di tutto rispetto.
Quel riprendere la valigia nel finale , quel rimettersi il naso da pagliaccio sono una fine molto più attuale di tanti trattati di sociologia : come Tony Servillo in Una vita tranquilla Turiddu/ Canio riparte inghiottito dal suo destino di esule.