La mostra di Moroni

Strano destino quello di Giovanni Battista Moroni , un pittore bergamasco del Cinquecento che viene onorato in questi giorni da una mostra importante in  quelle benemerite Gallerie d’Italia che , fino a pochi anni fa gratuitamente e adesso a pagamento offrono in Piazza della Scala l’occasione di mostre intelligenti e raffinate , nonché in una parte permanente molta pittura milanese dell’Ottocento ( e non solo).

Il Moroni è noto soprattutto per tutta una serie di ritratti eccelsi di personalità influenti del suo tempo , ma la sua opera più famosa resta il ritratto del sarto , un artigiano immortalato con gli strumenti del suo mestiere.

I suoi bellissimi eleganti ritratti hanno forse un po’ la monotonia della ripetizione delle forma : dopo un po’ ci si accorge che in effetti si assomigliano tutti  come delle preziose fototessera di un passato glorioso.

Moltissimi uomini , donne più rare , evidentemente il potere si esprimeva anche attraverso l’importanza che poteva avere farsi ritrarre dal Moroni nella ricchezza delle vesti , nell’incanto dei gesti fermati nella memoria dei ruoli indicati da preziosi particolari tra le mani dei gentiluomini che sembrano uscire dall’ombra della memoria .

Uno scherzo cattivo però è l’avere preziosamente inserito nella mostra opere di grandissimi del tempo , per cui la qualità di Lorenzo Lotto ( meraviglioso il suo gentiluomo dell’Accademia ) e  due Tiziano perché mostrano quasi impietosamente quel salto artistico che va oltre  quel mistero inspiegabile dell’arte  che forse al Moroni è mancato.

Non nel suo Sarto ,forse perché il pittore più libero dal dovere di rispondere con devozione alla committenza ,ha finito qui per fare il suo ritratto più vero e in definitiva più famoso.

Ricordo un viaggio

Giorno della memoria : sono in treno , guardo i commenti ed inevitabilmente la mente torna al ricordo del mio viaggio in Polonia .

Ero con il Fai e avevo scelto di andare ad Auschwitz, altri invece preferirono le miniere di sale .

Mi colpì in modo particolare un dotto signore che nello scegliere le miniere mi aveva detto : andate a vedere quella pagliacciata di ricostruzione ?

Un negazionista assoluto e quello che mi fece male fu il pensare che quella persona , per altri verso colta e preparata ,svolgeva anche una professione di alta responsabilità sociale .

Fu un viaggio doloroso , ma sapevo che era mio dovere vedere con i miei occhi,  anche se conoscevo già tutto l’orrore che avrei visto.

In pulmann la guida intelligente ci lesse la poesia di Primo Levi che è in esergo di Se questo è un uomo e arrivammo a Oswiechim , questo è il nome polacco dell’inferno terreno concepito dalla follia umana.

Mi colpirono i fiori alle finestre delle case dei polacchi che abitavano a pochi metri dall’orrore assoluto.

Sappiamo che ancora scavando pochi centimetri sotto terra la polvere che si trova è polvere umana ma contemporaneamente ormai l’atmosfera comincia ad essere quella di ogni località turistica e all’interno del campo i soli fiori che trovai furono quelli davanti all’angusta cella in cui era stato incarcerato un prete , fatto poi santo, che si era offerto in sacrificio per salvare una intera famiglia.

Io camminavo con il cuore stretto e le mani strette a pugno mi facevano male .

So soltanto che davanti al cancello “Arbait macht frei “chiusi la macchina fotografica nello zaino e non ebbi il coraggio di fare  neanche una foto.

Ho ancora negli occhi le montagne di valigie  ( scriveteci il vostro nome sopra ..prima di andare alle docce), gli occhiali e le terribili migliaia di scarpe infantili.

Io non posso fare a meno di ricordare .

Médée scaligera

In una serata no , con la protagonista che da forfait dopo il primo atto poteva essere una vera tragedia nella tragedia ma un’ottima sostituta ha riportato il risultato finale a degnissimo risultato:

Medèe di Cherubini è un capolavoro assoluto , con pagine di una intensità incredibilmente moderna e sono grata alla Scala che l’ha riproposta , devo dire con grande successo e teatro gremito come non avrei immaginato di trovare alla quarta rappresentazione.

L’onorevole messinscena di Damiano Michieletto non mi ha fatto gridare al miracolo , è in linea con il collaudato stile europeo nell’affrontare il teatro dell’epoca : abiti moderni , cori in colorini pastello , scritte sui muri e un finale con video ( deja vu) ad effetto.

Il vero protagonista è il giovane direttore d’orchestra Michele Gamba , non lo avevo mai sentito e mi ha veramente molto impressionato vedere il suo gesto sicuro e la sua capacità di sostenere i cantanti , si vede il suo approfondimento della partitura dalla sicurezza con cui ci guida all’ascolto prezioso.

Mi sono molto piaciuti i sussurrati inserti delle voci dei bambini , deliziosi e mossi con notevole sicurezza.

Avrei volentieri comprato il programma ma incredibilmente la Scala , forse impreparata di tanta richiesta , li aveva finiti, i pochi programmi in mano agli spettatori erano di quei pochi fortunati che li avevano comprati prima !

Peccato organizzativo grave per quello che dovrebbe essere il massimo tempio della lirica.

Se vivessi a Milano credo che tornerei volentieri a risentire questa musica e per rivedere lo spettacolo che forse merita anche una seconda lettura . Ci sono particolari che sto rielaborando nella memoria che meriterebbero un approfondimento.

Uno fra tutti il fermo immagine video sulla cameretta dei bambini  (ma si doveva addirittura andare alla villa Necchi Campiglio per due lettini?)

Registicamente parlando direi molto fumo … e poco arrosto , ma avercene di spettacoli così in Italia.

Sulle voci direi che quel poco che ci ha fatto sentire la Rebeka nel primo atto , tosse permettendo, mi ha fatto capire quanto avesse ben lavorato sul personaggio , ottima anche la sostituta last minute Claire de Monteil.

Sicuro il Jason di Stanislas De Barbeyrac e un poco opaco invece il Creonte di Nahel Di Pierro.

Ottima Dirce Martina Russomando e leggera la Neris ma si deve a lei la dolcissima aria del secondo atto , faccio fatica a citarne il testo, senza libretto …

Coro inappuntabile, della scena semplicissima niente da eccepire   , ma un po’ più di barbarie ci sarebbe stata bene e anche “no” alla solita carrozzina , ormai abusata simbolicamente a simboleggiare l’amore materno.

Ciao Peppino

Mentre sto tentando di scrivere qualcosa su di lui ho alzato gli occhi sulla parete accanto : c’è un prezioso restauro di Peppino sulla cornice di una Madonna , una piastrella degli anni Trenta che solo un ebanista eccelso aveva saputo recuperare rendendomela nuova .Cosa è stato Peppino Brunetti in questa città ? 

Un ebanista insigne , un corniciaio , un doratore , soprattutto un mago che amava il suo teatro , quello che non c’è stato per tanti anni ma che ha visto intorno a questa figura riunirsi tutti gli attori amatoriali , i registi , gli scenografi di una comunità “senza”.

Peppino c’era sempre : per alzare una quinta , per creare un fondale , per tirare su dal nulla quello che tutti gli chiedevamo e che lui diligentemente sapeva creare .
Lo si trovava nella sua bottega sulle scalette , insieme a lui sempre tanti amici artisti ; casa e bottega ,col suo grembiule grigio d’ordinanza.

La sua felicità fu la riapertura del Teatro vero della sua amata Ancona quando ormai era decisamente vecchio ma aveva mantenuto quel luccichio negli occhi di chi del teatro è anima e sogno .

L’ultima volta l’ho incontrato sotto Natale , sempre più piccolo e vivace , mi ha fatto gli auguri col solito modo affettuoso , ormai vecchi complici di sogni passati ci siamo abbracciati in mezzo a Corso Mazzini, con la consapevolezza che ognuno di questi ultimi incontri potesse non riserbarne altri.

Le città sono fatte di strade e palazzi ,ma soprattutto sono fatte di memorie e di uomini : Peppino Brunetti è stato una parte vera di questa Ancona che lo ricorderà , credo , soprattutto per quel suo essere paziente e disponibile . Artigiano del legno e creatore di sogni teatrali.

Salutandolo so di salutare l’anima di quel teatro vero che lui ha tanto amato  e che ha fatto di tutti noi una comunità culturale.

Abbadiani itineranti

Sono passati dieci anni da quando Claudio Abbado non è più con noi e tutti nel ricordarlo si sono ritagliati un attimo personale , come se in ognuno di noi che lo abbiamo tanto amato ci sia rimasto un Abbado personale , un ricordo che si è intrecciato con la nostra  vita come se il moltiplicarsi delle emozioni ci restituisse un mosaico del grande dono che ha lasciato nella nostra memoria 

Non un ricordo uguale per tutti , ciascuno a suo modo e nelle modalità del ricordo collettivo mi è sembrato che si sia  ricomposto un ritratto affettuoso pieno di quel rimpianto che resta come un buco nel cuore per chi lo ha seguito in tanti anni  nei quali ci aveva regalato una piccola fetta di quella grande emozione che provocavano i suoi concerti e le sue opere .

Quale momento scegliere adesso che cerco di riandare nella mia memoria ? forse il momento più emozionante fu a Firenze , alla fine di un Simon Boccanegra quando da tutta la prima galleria scese un grande festone con su scritto Bentornato Claudio ! o quando diresse una Settima a quel PalaFenice dopo il terribile incendio che ci aveva tutti sconvolti?

Era sempre un evento corrergli dietro e lui sceglieva sempre un modo elegante e silenzioso di ritornare col suo sorriso garbato per regalarci la sua grande arte con la semplicità dei grandi.

Lascio agli addetti ai lavori la sua memoria ufficiale , io faccio parte di quel mondo di seguaci sconosciuti ai quali il grande direttore ha regalato ascolti diversi e difficili , sicuramente gli devo l’avere capito i grandi compositori dell’Austria Felix che lui prediligeva : Gustav Mahler me l’ha letteralmente regalato lui.

Dieci anni , un soffio di memoria , un sorriso musicale con quel gesto magico della mano sinistra , ancora un grazie Claudio.

Una commemorazione

Molti anni fa avevo trovato in rete un video di Kaufmann insieme a David Garret In mezzo nel campo di calcio dell’Allianz Arena di Monaco mentre insieme festeggiavano una delle tante Coppe dei campioni vinte dal Bayern .

Poi c’era un  altro video con il solito tenore che andava alla partita , sempre per il suo amato Bayern quindi ero quasi sicura che non avrebbe mancato la cerimonia di commemorazione di quell’autentico mito che fu Franz Beckembauer.

Quello che non avevo  immaginato era la sua autentica commozione mentre cantava e che una sensibile ammiratrice ha colto in uno screeshot , quasi un fuori onda che tradisce un  sentimento vero di chi ormai fa anche i conti con la propria memoria personale e mi conferma che anche .. i miti fanno col conto dei propri anni e delle proprie vere emozioni.

Non so se quell’esibizione nel freddo di gennaio , mentre sfilavano i miti del calcio di ieri , alcuni nomi famosi li conosco anche io che di calcio non ho mai proprio capito niente , bellissima cerimonia , molto tedesca e tutto sommato nella sua grandiosità sobria e semplice riusciremo a vederla integralmente su Youtube

Carissimo cavalier Kaufmann le tue canzoni le verremo a sentire a Napoli , anche se quel DVD non credo venderà molto in Italia , qui non sei lo startenor germanico , anzi ci sono alcuni critici cattivi che snobisticamente osano pure criticarti.

Hai cantati in italiano , anche quel Nessun dorma che misteriosamente era diventato anche un Vincerò adatto alle competizioni sportive.

Quello lo cantava Pavarotti , tu ne fai sempre una versione più intima , più riflessiva e anche questa volta non hai mancato di differenziare l’interpretazione.

Dalle imponenti sale dell’Ambasciata di Francia a Vienna al grande capo di calcio in Baviera chi credeva in un silenzio durante questo mese di vuoto nel calendario si deve ricredere .

Ne ha avute invece di cose da farci raccontare !

Musica vera

Finalmente un bel concerto sinfonico nella mia città perché la musica dal vivo , anche se non di qualità eccelsa è sempre qualcosa di più vicino all’anima che non le bellissime ore passate davanti allo schermo della televisione , magari a sentire musica eccelsamente eseguita , ma il calore umano ( anche se con una piccola defaillance dei fiati ) ha dalla sua il palpito della vita vera..

Inoltre una scoperta davvero entusiasmante : una giovane violoncellista che ha già bruciato molte tappe e che vedo proiettata verso un futuro internazionale sicuro.

Erica Picciotti , un archetto ispirato , una musicalità prepotente che ha galvanizzato tutta l’orchestra e mentre suonava ho pensato ad un mito lontano , quella magica Jaqueline Duprè troppo presto

perduta al mondo e mi piacerebbe sentire Elgar suonato da questa bella ragazza ventenne che forse presto sarà troppo celebre per tornare da noi.

Anche il direttore d’orchestra ungherese dal nome quasi impronunciabile , non più giovanissimo  ma con un bel bagaglio di esperienze internazionali ci ha regalato una Quinta con piglio sicuro e come sempre succede , quando la guida è precisa anche la nostra orchestra marchigiana da il meglio di sé.

Gyorgy Gyorivanyi Ràth è il suo nome , ahimè da me privato di tutte le punteggiature necessarie , mi dice il Direttore artistico che a suo tempo fu anche protagonista di un film di Dario Argento.

E’ cominciato bene questo progetto che si protrarrà per tutta la primavera purtroppo in una sede inadeguata , un vecchio piccolo teatro per il quale a suo tempo feci tante battaglie e che al massimo più servire come contenitore per eventi scolastici.

Ma tant’è. Non si può avere tutto dalla vita .

Riletture- due

La rilettura di Medea di Christa Wolf , interessante verifica della funzione ristretta della memoria , mi ha riportato a temi che ho molto studiato e dato che un libro tira l’altro  ho ripreso in mano il capolavoro della Wolf : Cassandra.

Un manifesto del femminismo militante inserito in un tema che riguardava a suo tempo il problema della riunificazione delle due Germanie , argomento molto caro all’autrice.

Ma è sul punto del femminismo e delle osservazioni che ne fa la Wolf nel momento in cui stranamente in Italia assistiamo alla presa di potere di una donna che opera con modalità e in un contesto che niente hanno a che vedere con quel potere femminile che forse non c’è mai stato  ( se non nei primordi dell’umanità) e dal quale la Wolf dichiara di essere totalmente distante.

Riporto per completezza una sua dichiarazione  : solo l’interazione degli sguardi ( maschile e femminile ) può mediare un’immagine corretta del mondo …Un mondo plasmato in modo paritario che ci condurrebbe ad altre gerarchie di valori… ma da tutto questo siamo ancora distanti anni luce.

Con lucidità l’autrice ha dato le risposte che cercavo nella nostra storia attuale ed è sempre confortante trovare la risposta alle problematiche sollevate dal fatto che non è nel semplice fatto di avere donne nei ruoli apicali che si può cambiare la forma di un pensiero dominante se quelle donne seguitano a interpretare il potere nelle modalità tradizionalmente e storicamente applicate dal sistema politico che si basa sul predominio maschile con tutte le conseguenze millenarie che questo atteggiamento comporta.

Riletture

Si comincia a parlare della Medèe di Cherubini , leggo le prime entusiaste recensioni .

Personalmente dovrò aspettare per vedere uno spettacolo che si preannuncia importante , intanto come ha detto la mia compagna di viaggio : comincio a studiare .

Stavo per ripassarmi la Medea della Callas , vista con la Divina talmente tanti anni fa a Firenze che neanche me la ricordo molto bene quando alzando gli occhi ho visto sulla libreria accanto a me un libro ed è quello che ho ripreso in mano : parto da li per questo mio ripasso.

Il titolo è Medea , con sottotitolo Voci ( Stimmen in originale ) e l’ha scritto un’autrice a me molto cara : Christa Wolf della quale ho tanto amato un suo altro grandissimo testo :Cassandra.

Ebbene io partirò da queste pagine che ho davanti a me adesso , anche se avrei potuto ripartire da Euripide e da Seneca , ma la voce del femminismo militante della Wolf mi attira di più.

Ho tutto il tempo necessario perché il mio appuntamento milanese è per la prossima settimana e il punto di vista della Wolf che ha guardato le sue tragiche eroine con crudele modernità è quello che mi incuriosisce di più.

E’ strano come ad un certo momento della vita , quando si è letto tanto ,si cammina con la mente sulle stratificazioni emotive che si sono succedute nella memoria  come quando si aprono i cassetti pieni di cose vecchie , impolverate e non si capisce bene a che cosa possono essere servite .

Una strana sensazione  e non sono convinta che mi servirà molto per l’ascolto del capolavoro di Cherubini ma sicuramente come dicono i nostri vicini d’Oltralpe : tous se tien ed eccomi a rileggere un libro già un po’ dimenticato.

Decorazioni

Bellissima cerimonia all’ambasciata di Francia a Vienna  con consegna della Legion d’honneur al grande tenore tedesco che ha scelto di vivere in Austria .

Essendo il mio blog a lui dedicato non posso fare altro che associarmi al gaudio generale , le belle immagini della cerimonia nell’elegante sede dell’ambasciata di Francia mi hanno fatto pensare a fasti antichi e forse l’unica nota di modernità è proprio nella faccia divertita del protagonista di tanto onore che sembra sempre un po’ imbarazzato quando si trova al centro delle cerimonie.

L’ambasciatore francese ha fatto riferimento alle recenti glorie viennesi del Nostro che però guarda caso erano le interpretazioni di un generale al servizio della repubblica di Venezia , un altrettanto generale però egiziano , tutt’e due le volte in opere italiane di Giuseppe Verdi e quella ultima stupenda del principe asiatico della Turandot di Puccini.

“Potenza della lirica dove ogni dramma è un falso” cantava Lucio Dalla nella sua canzone Caruso  e un po’ l’ho pensato anch’io magari rammaricandomi che in Italia non ci abbia mai pensato nessuno a premiarlo così solennemente.

Ma noi gli abbiamo dato il Premio Puccini e il Premio Franco Corelli e poi a Napoli addirittura il premio di Casa Caruso , insomma anche noi modestamente abbiamo contribuito ad aumentare il palmares del nostro amatissimo tenore .

Certo che la Legione d’onore fa tanto grandeur, dobbiamo prenderne atto e congratularci con quel ragazzo che molti di noi scoprirono  tanti anni fa e che ha fatto una incredibile , luminosa e trionfale carriera mondiale.

Massa e potere

Quel gesto ( il’Sieg Heil) del braccio teso accompagnato dall’urlo ritmato è stato analizzato da Elias Canetti nel suo Massa e potere in un breve capitolo che lui definisce con il termine di “scarica.”

Colpisce l’accostamento  della foto di Roma nella quale i post-fascisti salutano con il rito del braccio teso con una analoga foto di un raduno  nazista nella Germania di Hitler.

Analizza che là dove uomini componenti un determinato gruppo si liberano dalle loro differenze individuali e diventano “massa” nel momento in cui abbandonano le loro individualità e si sentono tutti uguali.

Il raduno romano prende un rilievo importante ora che nel paese una minoranza nostalgica post-fascista si sente forte perché un partito politico di destra governa il paese .

Questo ha un rilievo importante perché Fratelli d’Italia nel   contempo è incapace di prendere le distanze dal lugubre rito in memoria di tre giovani uccisi nei tremendi anni Settanta , quando lo scontro ideologico sfociava nel sangue sia a destra che a sinistra.

Colpisce nel filmato romano la totale assenza di donne , come se soltanto attraverso una virilità ostentata si possa raggiungere quel senso di potere che soltanto la massa inquadrata militarmente sa esprimere.

C’è in questo rito funebre un richiamo a tutto l’armamentario mortuale del fascismo che il paese nel suo insieme e nella sua Costituzione ha ripudiato .

Resistono queste frange nostalgiche di uomini che non hanno superato una sconfitta della Storia , ma preoccupano  non poco perché i rigurgiti di violenza restano attaccati a manifestazioni così orribilmente anacronistiche in  questo nostro millennio.

Una destra violenta sta risorgendo in tutta Europa , l’evento romano assume maggiormente il segnale di spia di ciò che avviene un po’ dovunque nel nostro vecchio continente .

Riprendiamo in mano il libro del premio Nobel Canetti , ci può servire a comprendere meglio il pericolo al quale potremmo andare incontro , anche se sono convinta che si abbia la capacità  necessaria per  combattere il virus pericoloso con gli strumenti della conoscenza.

Faber forever

Primi anni Sessanta , tornarono le sorelle da un campeggio in Liguria e mi portarono un regalo : un quarantacinque giri abbastanza osè per quei tempi : era intitolato Carlo Martello torna dalla battaglia di Poitiers , autore sconosciuto ,un certo Fabrizio De Andrè.

Fu così che conobbi quel grande poeta e cantore che ho amato nel tempo scoprendo via via i suoi doni sempre più preziosi , le sue rime sconvolgenti .

Sono passati venticinque anni dalla sua scomparsa ma i suoi versi e le sue melodie seguitano ad accompagnarmi , scandendo i miei ricordi . 

In modo particolare avevo amato la sua “Preghiera in gennaio “’ quando un altro dei miei ( e suoi amici ) ci aveva lasciati durante un misterioso incidente a San Remo .

E difficile scegliere tra le sue canzoni quella che ho più nel cuore ma se dovessi per forza sceglierne una , dopo averci tanto pensato e tanto riascoltato il mio cuore torna sempre a quel meraviglioso Inverno con quei versi di indicibile bellezza “sale la nebbia sui prati bianchi come un cipresso sui camposanti..”

Che dire poi della Canzone dell’amore perduto che era scritta su un concerto di Telemann e della meraviglia del verso icastico “dai diamanti non nasce niente , dal letame nascono i fiori “ di Via del Campo.

Tutta la poesia di De André , coltissima e popolare non è soltanto legata alla sua inconfondibile voce , ai suoi accenti sbagliati e non  per questo meno affascinanti , altri poi ne hanno condiviso la bellezza :penso soprattutto ad una straziante esibizione di Franco Battiato che non era neppure riuscito a finire  Inverno durante una serata commemorativa dopo la morte dell’autore.

Se quel canto che io conobbi nella versione primigenia poi determinò il successo commerciale di De Andrè grazie alla versione di Mina con la sua Canzone di Marinella io ho sempre preferito la mia versione goliardica scritta insieme a Paolo Villaggio , l’amico al quale dobbiamo il nomignolo Faber che ha finito per accompagnarlo per tutta la sua tutto sommato breve vita : quel disco lo avevo quasi consumato nella musicassetta d’antan che lo conteneva in una estate tanto lontana..