Contrasti

Tempo di feste , pubblicità e auguri ma mai come adesso la visione contrastante di luci e immagini patinate sembra stridere più del solito con le immagini che puntualmente aprono le news in televisione.

Dalle rovine di Gaza a quelle ancor più tristi sotto la neve dell’Ukraina fanno male al cuore e sembra quasi impossibile che si possa sopportare il confronto senza provare un brivido di angoscia.

Oggi non me la sento di parlare di torti o ragioni , di chi ha provocato e di chi si difende , non è questo il centro del pensiero che dovrebbe costringere tutti a essere indignati e partecipi di questo assurdo dolore del mondo che ci circonda.

Sembra invece che il senso della vita sia basato sulla rimozione , come se un velo di indifferenza sia calato sulle coscienze nel nostro pensiero basato sulla cultura europea e in generale su quella fetta di mondo super acculturato che non si concede più il sentimento della pietà.

Così sulle pagine dello stesso giornale ( di destra o sinistra sono uguali) convivono parallele le immagini bellissime della pubblicità più raffinata accanto alle immagini di macerie uguali e terribili nella lue accecante della Striscia e nelle brughiere innevate del Donesk,

noi guardiamo la pagina nell’insieme pazzesco e surreale di quello che rappresentano : una allucinante realtà.

Sarà per questo che in questi giorni particolari non mi riesce facilmente di reggere lo sguardo sulle notizie ricorrenti e addirittura ripetitive che inondano i teleschermi.

Non ce la faccio più a guardare quegli scheletri di case , quei brandelli di vita strappati alle memorie di chi ci viveva serenamente finché questa nuova follia di guerra ha bussato di nuovo tanto vicino alle nostre case.

Mi tornano alla mente i versi di Primo Levi : voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case … meditate…

Solstizio cristiano

Quegli esseri umani che sapevano a malapena di essere  tali e che vivevano con i loro animali  un tempo lontanissimo in un mondo abbastanza deserto vedevano con timore diminuire ogni giorno la luce e calare il sole dietro la collina con costanza e precisione. 

Poi una volta ( ma noi acculturati discendenti di quei piccoli uomini primitivi sappiamo bene che cosa era successo ), per un attimo il giro del sole si era fermato : stop  e lo avremmo chiamato solstizio d’inverno.

Ma quei nostri progenitori videro invece qualcosa di miracoloso perché passate le ore canoniche una lama di luce anticipò la venuta della vita .

Si illuminò dal fondo della montagna ed ecco pensarono che doveva essere nato Dio.

O fu Dio che decise di rivelarsi agli uomini proprio in quei giorni neri e pensandoci bene decise che sarebbe stato carino chiamarlo Natale ?

Sarebbe servito per raccontare agli umani impauriti  che ogni anno , in quei giorni bui sarebbe rinato un suo inviato , un figlio , che poi decidessero liberamente gli uomini come chiamarlo.

Questa storia è una interpretazione molto laica e sicuramente non ortodossa che proprio il 25 dicembre o giù di lì in una grotta dalle parti di Betlemme in Palestina si sarebbe incarnato il dio vivente e allora mi domando : ma proprio da quelle parti Dio aveva deciso da far nascere  li il proprio figliolo ?

Ci sarebbero sicuramente stati molti altri posti  nel globo terraqueo  più tranquilli di  quell’angolo di deserto poco appetibile anche perché non ci scorreva sotto neanche un filo di petrolio, ma tant’è, a Dio non piace pensare come gli umani e proprio laggiù fece nascere quel bambinello al quale non dette neppure tanti anni di vita e tante occasioni per regnare.

A noi resta solo la possibilità di credere a quello che scrissero un paio di evangelisti e altri apocrifi qualche decina di anni dopo lo strano caso.

Resta la possibilità di ricercare quella Fede nascosta fra le brutture di un mondo sempre più ateo e vuoto di amore magari cercando la tenerezza in un canto liturgico che ancora ci colpisce al cuore.

Lenny

Se bastasse un naso finto e una sigaretta perennemente in bocca per fare un grande direttore Bradley Cooper sarebbe un grande attore .

Se bastasse raccontare che Leonard Bernstein era bisessuale per credere di fare un grande scoop Maestro sarebbe un bel film.

Se cercare di imitarne i gesti di grande istrione , se facendo una colonna sonora solo americana si crede si rendere omaggio ad un grande musicista siamo proprio fuori strada.

Un biopic abbastanza scontato , con la solita storia strappalacrime della moglie che muore di cancro , il giochino ( facile ) del bianco e nero alternato al colore , tutte ruffianerie scontate e viste e riviste .

Valgono solo i cinque minuti dopo i titoli di coda quando si vede il vero grande direttore vivere a modo suo la musica , piccoli gioielli di chi ha negli occhi il ricordo delle sue lezioni di musica , incantevole l’esempio dei sette Ewig finali del Canto della terra per dirci che quella è la musica più bella che sia mai stata scritta , basterebbe quel suo giochino di dirigere con gli occhi al Musikverein per ricordarci il grande genio musicale di un uomo che poi a casa sua faceva quello che gli pareva e che tutto sommato non ci riguarda più di tanto.

Un film noioso , scontato e sicuramente sopravvalutato.

Io mi sono un po’ annoiata .

Un presepe alternativo

Le figurine intagliate nel legno , costo un dollaro americano ( che valeva mille lire ) , località di acquisto Betlemme in Cisgiordania .

Questo è il suo nome oggi , quando ci andai io si chiamava RAU , repubblica araba unita , ed era uno strano periodo in cui se entravi in Israele poi non potevi tornare indietro .

I visti sul passaporto permettevano strane entrate e uscite , noi venivamo da Damasco poi si tornava in Giordania.

Sembra un racconto di fantascienza eppure è tutto vero , avevo trent’anni e tornai a casa molto orgogliosa del mio presepe arabo che per quanto mi interessasse poco la geopolitica di quei luoghi pensai sempre di averlo comprato a Betlemme di Galilea.

Questi piccoli presepi gli arabi li intagliavano per i pochi visitatori cristiani che venivano in Terrasanta spesso in pellegrinaggio religioso .

Non era il caso mio , avevo un compagno molto avventuroso e noi giravamo da soli , magari rischiando anche strane avventure.

Quella volta viaggiavamo su un cargo e le tappe le decideva l’armatore , il mio presepe alternativo fu una delle poche concessioni al consumismo minimo che mi permisi.

Se oggi racconto questa storia è perché mi preoccupa l’idea che in Italia si possa considerare addirittura l’ipotesi di una legge ad-hoc che contempli l’obbligatorietà di un presepe regolamentare da farsi nelle scuole .

Allora come la mettiamo col mio presepe infedele? 

Ero passata dal Libano alla Siria , in ogni paese le stesse facce di beduini , la stessa miseria e le stesse ricchezze nascoste , per capirci serviva il francese e l‘inglese , un passo in qua o in la ed eri  in un altrove del quale mi piaceva tutto , gli odori e i sapori medio-orientali comuni.

Ho conosciuto un mondo diverso , sicuramente più libero nelle sue antiche strettoie , mi pare che il senso del  Tempo della Storia non abbia fatto molti passi avanti per l’umanità.

Una ricorrenza

Si tormentava Francesco di non riuscire a raccontare ai poveri infreddoliti contadini il miracolo della nascita di Gesù in una capanna , lui che a Betlemme c’era stato e stranamente quei monti brulli nei quali aveva trovato rifugio con i suoi amici che avevano scelto quella strana maniera di predicare il Vangelo vivendo tutti insieme e dividendo le poche povere cose con le quali avevano deciso di vivere glieli ricordavano davvero

Francesco , in quel dicembre del 1223 era anche contento perché finalmente il Papa aveva accettato la sua idea di vivere in quel modo povero e pieno di fede che lo aiutava ad accettare la miseria e la tristezza del mondo che lo circondava,

Allora ebbe un’idea , anche perché quei luoghi gli ricordavano tanto quella lontana Palestina nella quale era andato per cercare proprio da quelle parti la sicurezza di fede che andava cercando dentro di sé.

Si fece coraggio e chiese al signore di Greggio che si chiamava Giovanni Velito di potere allestire una specie di recita di quello che raccontavano i Vangeli , si fece prestare   una grotta abbastanza grande e chiese che ci portassero un bue e un asinello . 

Mise in mezzo una mangiatoia e siccome in quei giorrni era nato da quelle parti un bambino chiese alla mamma e al babbo di portarlo li , ben coperto s’intende , per raccontare in modo il più possibile realistico quello che lui sapeva essere stato il vero grande mistero della Natività.

E vennero i pastori , e vennero le donne del paese e gli armenti si avvicinarono. Ed ecco in quel dicembre 1223 , proprio ottocento anni fa a Greggio , nei monti reatini ,gli occhi stupiti delle genti videro realizzarsi il primo vero Presepe vivente.

C’era poi , guarda caso da quelle parti anche un pittore che si chiamava Giotto che volle fare quello che tanti anni dopo sarebbe stata una foto-ricordo e la bella rappresentazione trovò posto nel ciclo di affreschi della basilica di Assisi.

Una bella tradizione tutta italiana che si è un po’ persa nel tempo  oggi tutto luccicante di alberi e luminarie ma che io testardamente continuo a rispettare e ogni anno riapro le scatole dei personaggi del mio vecchio presepe e allestisco la mia piccola rappresentazione domestica , il Bambinello ce lo metto ovviamente per ultimo , proprio la notte di Natale.

Mangiarsi la scena

Rivedere sullo schermo un’opera vista dal vivo serve come promemoria ma non aggiunge niente all’emozione della visione dal vivo.

Però può succedere che un ottimo regista  alle prese con un finale aperto come quello scritto da Alfano dopo la morte di Puccini riesca ad aggiungere qualcosa di inedito alla chiusa della Turandot.

Libero da condizionamenti musicali  Claus Guth regala al finale una marcia in più e la si può apprezzare soprattutto vedendo la ripresa video.

Ovviamente bisogna tenere conto del materiale umano magico che ha a disposizione , due cantanti-attori del livello di Asmik e Jonas e allora il cammino psicologico della principessa , la suadente forza seduttiva di Calaf diventano un valore aggiunto che anche a noi spettatori attenti poteva essere sfuggito nello spettacolo dal vivo.

Sguardi timidi d’intesa , espressioni sfuggenti , strani avvicinamenti dei corpi portano alla fine eroticamente vittoriosa della coppia fino alla conclusione nella complice fuga finale , un capolavoro di irriverente freschezza.

Ho ripensato a quello che mi aveva raccontato la  Grigorian , conosciuta tanti anni fa a Roma e quando glielo ho ricordato nei fuggevoli momenti all’uscita degli artisti e lei mi ha rivelato che il suo papà , grande cantante lirico, era venuto a Roma per una intera settimana per aiutarla nella difficile impresa di interpretare Suor Angelica .

Evidentemente siamo di fronte ad una grande cantante che parte da solidissime basi musicali e credo che stavolta Kaufmann abbia trovato una partner veramente degna di lui ,soprattutto dal punto di vista attoriale , anche perché non è che gli siano mancate partner validissime , ma questa ha quella marcia in più che lui possiede per cui non si mangia la scena da solo ed è davvero un grande pregio poterli apprezzare insieme.

Sono in due a mangiarsi reciprocamente la scena e il finale di Turandot , versione Alfano , ne è la dimostrazione definitiva.

Al Konzerthaus

A Vienna si ha sempre solo l’imbarazzo della scelta e dopo la magica serata all’Opera ho passato il giorno dopo due ore di intensa gioia ascoltando un Oratorio di Mendelssohn che amo molto , anche perché lo si ascolta in maniera relativamente frequente anche in Italia.

L’Elias è un monumento musicale scritto da un uomo di fede che affonda le sue radici nelle parole del’Antico Testamento .

La figura drammatica del Profeta Elia è al centro di un monumento musicale che l’autore ha musicato aiutato nella trascrizione da un amico teologo : Jiulus Schubrig  e riprende la grande tradizione oratoriale di Bach e Haydn , non a caso fu proprio Mendelssohn che collaborò alla riscoperta della Passione secondo Giovanni di Bach.

Gli interpreti , tutti giovani e di alto livello musicale erano coadiuvati da un prestigioso  ensemble orchestrale francese fondato e diretto da un giovane direttore  Raphael Pichon che lo giudava.

Completava l’esibizione la corale dallo stesso nome Pygmalion e credo che ne sentiremo parlare ancora , in tutta Europa-

Moltissimi i momenti di pura magia musicale  tra i quali mi piace ricordare uno dei più celebrati .: l’aria 31 cantata dall’Angelo della seconda parte :” Sei stille denn Herrn,” la si trova anche facilmente su Youtube come la magica pagina corale nella quale il racconto biblico ripercorre la presenza di Dio che non è nell’acqua , né nel fuoco   ma si percepisce come un vento leggero. 

Abbandonarsi a questa musica credo faccia bene all’anima , sempre , ma in modo particolare in questi momenti bui del nostro tempo presente.

Il programma di sala annunciava il prossimo concerto : la Passione secondo Matteo di Bach… il cuore resta a Vienna per Natale.

PS. Passando davanti al Musikverein c’era l’annuncio del prossimo programma  “ le variazioni Goldberg” , altro non dico.

Il mio nome è amore

foto di Angelo Capodilupo

Da dove cominciare ? Le sensazioni e le emozioni sono davvero tante e piano piano cercherò di raccontare quella che è stata sicuramente una delle più straordinarie serate operistiche della mia vita.

Trovarsi a stare seduta sul bordo della poltrona , tutta tesa in avanti per sapere come va a finire la fiaba , come se non sapessi a memoria la Turandolt che mi accompagna dai verdi anni può sembrare un paradosso ma stavolta davvero mi è sembrato tutto nuovo : la grandezza e la novità della musica di Puccini , il popolo di Pechino , spesso nascosto a fare solo da colonna sonora , la magia di Jonas e Askim che si incontrano per la prima volta in una simbiosi perfetta e Claus Guth che quando ci azzecca è davvero un genio, a conferma che non esiste Inszenierung o regia tradizionale , ma solo il bello e il brutto e qui il bello rasenta la perfezione.

La musica di Puccini.

L’ultima opera di Giacomo Puccini è il regalo che il genio italiano ci fece dimostrando al mondo una evoluzione totale e un coraggio di sfidare se stesso con una musica che risente di tutto il nuovo mondo di suggestioni che vengono da echi musicali lontani dal gusto italiano.

Una musica secca e asciutta che richiede grande coraggio agli interpreti , spesso lasciati soli nel vuoto e che poi ad un tratto riprende i suoi slanci lirici eterni che aprono l’anima : dal “non piangere Liù” fino al famigerato “ nessun dorma” a Pechino stanotte , con quella sfida di un ragazzo incosciente che sente la vittoria vicina .

Una evoluzione tonale accompagna la storia fino a renderla davvero quella colonna sonora che mai avevo apprezzato così perfettamente come in questa occasione.

Se altre infelici serate sembrano mettere in dubbio il riconoscimento Unesco qui a Vienna abbiamo la conferma che quel riconoscimento ce lo meritiamo davvero.

Ottima anche la scelta del finale lungo di Alfano che permette di non acuire troppo il distacco dovuto alla improvvisa morte dell’autore, tanto che alla fine  il risultato del racconto funziona e convince.

La regia

Claus Guth ha scelto una strada che può sembrare provocatoria cancellando tutte le cineserie , i trompe-l’oeil e la grandeur zeffirelliana per riportarci al nocciolo della storia, affidandosi soprattutto alla fiaba di Gozzi.

Nel libretto c’è tutto quello che conta e che il regista ha rispettato fedelmente.

Un estraneo curioso e perplesso si aggira in un mondo di matti burocrati , con un tempo scandito e teste tagliate con rigorosa meccanica ripetizione.

Incombe però una strana figura femminile nel vuoto ,che lo incuriosisce e lo affascina , quasi presago di un destino che vuole domare si ribella , anche letteralmente , dai legami familiari e sentimentali; testardamente vuole e si vuole sfidare ed ecco che Calaf non è più quel vuoto manichino di una fiaba , ma un misto di Walter Von Stoltzig , un po’ Dick Johnson e poi… miracolo .., anche Tristano ,   tutto reso mirabilmente da un artista che non finisce mai di stupirmi e se in qualche attimo non è vocalmente perfetto riesce a servirsene per farlo diventare il tutto anche più vero.

Certi miracoli però avvengono solo se hai vicina una straordinaria creatura lunare, la Grigorian , capace anche lei di essere  talmente perfetta in un ruolo che sulla carta poteva non essere suo , ma che lei con quel carisma naturale che la pervade entra in scena e nel ruolo, impaurita ragazzina , terrorizzata dall’idea dell’uomo che in ere lontane struprò l’ava per cui l’unica risposta è il sangue di tutti quei principi che la vorrebbero , lei da cui quel sangue non scorre e che si rifugia in un mondo di bambole nel letto virginale.

Grandissima Asmik . tormentata vergine legata a quel letto baluardo e difesa , impaurita donna che ha paura di amare.

Quel sangue poi sgorgherà dal sacrificio di Liù e la scalderà fino alla resa erotica nell’abbraccio prima violento e poi accettato nella dolcezza quando Calaf mettendo nelle sue mani il proprio destino ne provoca la capitolazione.

Un colpo di genio registico , un particolare che mi ha fatto saltare sulla sedia : ecco Tristano! Un lampo nel momento in cui Calaf mette la propria vita nelle mani di Turandot ripete il gesto di Tristano in ginocchio davanti a Isolde.

La mia vita nelle tue mani , con il mio amore. Ho trovato la chiave della frase misteriosa di Puccini.

Il gesto di resa , Jonas Kaufmann porgendo il collo alla principessa di gelo mi ha riportato alla mente lo stesso gesto di Tristan nel primo atto quando si affida all’ira vendicatrice di Isolde : amore o morte, scegli tu.

Non so quanto di intenzionale ci sia stato registicamente , ma è stato , forse, un tentativo per dare una risposta alla nota misteriosa che Puccini lasciò senza spiegazioni.

Certo che una simile impresa , una sfida così impopolare la puoi tentare solo hai a disposizione interpreti capaci di “ recitar cantando” e Claus Guth sapeva di poter contare su Kaufmann e Grigorian.

Forse solo il personaggio di Liù resta un po’ mortificato anche se la bravissima Mkhitaryan ha voce e fisico perfetti ed è magistrale nel suo grido profetico quando , vittima sacrificale si offre a Turandot .” lo amerai anche tu!”

Di alta qualità tutto il cast , anche i tre micidiali ministri reggono bene nel difficile intermezzo comico  e sono davvero magistrali.

Il nostro bravo Armiliato dirige con sicuro mestiere cercando anche per quanto possibile di non sovrastare la mirabile compagnia di canto , tanto ci sono i Wiener.

In definitiva un risultato tanto diverso quanto eccezionale .

I due giovani felici amanti scappano ridendo alla fine verso un avvenire che potrebbe anche non essere sicuro e definitivo e a noi resta la speranza che avremo presto la fortuna di rivedere lo spettacolo in tv, io aspetto già con impazienza.

Milano 7 dicembre

Che dire di questa prima scaligera ? Un tuffo nel passato , ma non intendo quello del tempo di cui si racconta nel dramma .

Il passato di cui parlo io era nella messinscena tradizionale , un salto indietro quando i cori se ne stavano ben divisi ai lati del palcoscenico , quando le “trovate registiche “ erano tanto banali quanto prevedibili.

I cantanti lasciati ognuno al proprio estro , tanto la parte più o meno la conoscevano già tutti e forse per quanto gravato da un improvviso malessere il più aderente al personaggio risultava comunque Michele Pertusi che con grande mestiere è riuscito a portare in fondo la rappresentazione.

Meli nel ruolo del titolo ha qualche problema qua e là. Anche se può capitare a tutti la mezza stecca non gli perdono il gesto sempre uguale  “ da tenore d’antan”.

Lo stesso vale per Salsi , gli si confanno di più i ruoli da cattivo , qui altre sottigliezze avrebbe in serbo la musica per lui e forse non ne approfitta abbastanza.

Tra le due donne trionfa la Garanca, una che quando canta sa anche recitare , un po’ meno la grande voce ( sempre più profonda ) della Netrebko che ancora si mangia le parole e dichiaratamente si capisce che non sa bene quello che dice , ma per chi ama ancora i suoi  preziosi filati e la sua estensione vocale si merita gli applausi degli spettatori compiacenti.

Poco da dire , anzi quasi niente sulla scenografia , belli i costumi , più o meno banalmente copiati dai quadri dell’epoca . Effetto usato sicuro.

Avrei anche qualcosa da dire sulla prestazione orchestrale , i fiati non sono sempre all’altezza , coro invece sempre perfetto, come da tradizione scaligera.

Chailly contento , come al solito fa le scelte “originali” , come l’ha scritta Verdi e come al solito io ripeto che mi manca il primo atto, ma sono una vecchia noiosa.

C’è anche chi ha detto che durava già troppo , evidentemente la colpa non è del grande compositore , lui ha scritto uno dei suoi più grandi capolavori che  noi possiamo recuperare in  DVD di altri allestimenti a noi più cari.

Propongo infine una petizione per levarci di torno il duo Carlucci/ Vespa e non sono bastati i siparietti di Marcorè e Pivetti a rendere meno penosi gli intervalli.

Se volete capirne di più guardate la sobrietà dei commenti su ARTE, il resto è silenzio.

Sant’Ambrogio

Ho letto quasi con stupore che finalmente è riconosciuto come bene immateriale dell’UNESCO il canto lirico italiano.

Sono quattrocento anni perlomeno che si canta in italiano in tutto il mondo e non credevo fosse necessario avere questo riconoscimento , mi pareva una cosa ovvia e naturale.

Mi è sembrata una strana forma di burocrazia , un incasellamento ma a leggere la soddisfazione degli addetti ai lavori forse la formalità porterà dei frutti pratici , perlomeno lo spero.

Domani è il 7 dicembre e si apre la stagione della Scala e ovviamente saremo tutti davanti alla tv, noi vecchi melomani , per questo rito nel quale ci toccherà subire anche i commenti più o meno esatti sulla trama , sui costumi, su l’opera e su tutto quello che trionfalisticamente si narrerà sulla serata .

Un ennesimo Don Carlo , ho già scritto che mi piace di più con l’atto di Fontainebleau, ma un amico al telefono mi ha detto : già dura quattro ore! E pazienza , d’altra parte si sostiene che questo sia il vero , l’autentico e originale perché rivisitato da Verdi !

Come se non avesse rivisitato , per motivi più o meno pratici , anche altre sue splendide creature.Ma si sa , c’è chi ha il gusto filologico di aggiungere tre note a Butterfly e con questo farla apparire grande operazione culturale.

Devo ammettere che , a parte tutte le stramberie registiche , avevo molto apprezzato l’originale francese visto a Parigi qualche anno fa nel quale alcune aggiunte molto politiche avevano portato altro valore alla terribile scena tra Filippo e il Grande Inquisitore.

Mi pare di poter dire che veramente di un simile capolavoro non si dovrebbe mai buttare via niente.

Una volta , tanti anni fa , anche io in pompa magna , ho partecipato al rito ambrosiano . Il bello è che mi ricordo molto bene il palco , le toilettes eleganti ( c’era ancora qualche gioiello vero in giro ) molto meno mi ricordo dell’opera : era una Carmen scura scura , ma io ero troppo eccitata dal contorno mondano , cose del mondo di ieri  oserei dire ,parafasando Stefan Sweig.

Meno quattro

Un frammento rubato dal primo atto della prova generale mi ha provocato un brivido , sarà che il sor Giacomo è sempre quel grande mago dell’anima che conosciamo, ma credo che Claus Guth abbia avuto molto coraggio nel destrutturare la favola di Gozzi e da quel poco che ho capito , abbia cercato di scarnificare la storia per portarla al suo significato umano primigenio.

Sono già in modalità : aprire il trolley , guardare il meteo e sperare. 

Tutte le paure del mondo perché non ci siano scioperi , “nevoni “o altre allerte meteo eccezionali.

Vienna mi aspetta , ormai mi muovo più raramente e sono molto contenta perché so che troverò molti cari amici e amiche e mi aspettano un paio di giorni musicali così che mi serva di nutrimento per questo digiuno musicale in questa mia città molto povera di cultura e di musica.

Ho anche un piccolo impegno : comprare una Sachertorte  per un figlio che l’ha richiesta .

Mi fermo qui , ho tempo per divagare ancora su quel misterioso  “poi  Tristano “ che molto ha incuriosito i colti e meno colti che hanno ipotizzato sulla fine dell’opera.

L’emiro bianco

C’è qualcosa di anacronistico nelle foto del meeting di Dubai : tra occidentali incravattati , uomini e donne regolamentari in giacca e cravatta spiccano gli sceicchi arabi : con quel cencio bianco in testa che sta in precario equilibrio sorretto , si fa per dire , dalla coroncina nera , sembrano sempre in maschera eppure sono ormai i veri potenti della terra,-

Ricordo una mia crociera negli Emirati ( idea scema di cui mi pentii immediatamente ) all’arrivo nel primo Emirato mi colpirono i serissimi funzionari in bianco : dal camicione usciva il Rolex al polso ,la Mont Blanc nel taschino e i RayBan sul naso.

Tutti i segni del consumismo occidentale portati come stemmi del loro potere  solo che non so bene per quale burocratico intralcio non ci facevano uscire dall’aeroporto mentre noi vedevamo dietro i vetri i nostri pulmann col nome della compagnia di navigazione che ci aspettavano.

Ci volle il mio spirito da leader di gruppo e il mio pidgeon english per convincerli a farci passare  , era notte fonda e capii tutt’a un tratto che non bastavano il petrolio a fiumi , i segni del progresso e l’aria dittatoriale a cambiare quei beduini in occidentali tanto che bastava fare due passi dietro gli splendidi grattaceli per ritornare nell’assolato deserto da cui erano venuti a cammello solo qualche decennio prima. 

Loro sono ancora lì , con i loro camicioni immacolati mentre gli operai che costruiscono i loro avveniristici segni del potere sono segregati nelle bidonville e sono tutti rigorosamente in tuta blu.

Egiziani , pakistani , cingalesi  e tutti dormono nelle bidonville impolverate e caldissime.

Intanto l’Occidente vecchio e malato si divide ancora su tutto mentre loro sono addirittura diventati gli arbitri e i mediatori di tutte le nostre sanguinose guerre , i vincitori di tutte le gare internazionali e i padroni dei nostri futuri destini.

Mi correggo , dei destini degli uomini di domani ,perché fortunatamente io me ne andrò prima di vedere questo ennesimo sberleffo della storia con comparse vestite da sceicchi come in un classico veglione di carnevale.