Il silenzio del Papa.

La domenica delle palme . quest’anno si legge la Passione di Marco , quei pochi che ancora vanno il chiesa sanno che è una lettura diversa a seconda degli anni liturgici.

La storia è breve  , ma verso la fine una frase mi colpisce : “e avvolto nel lenzuolo lo depose in un sepolcro scavato nella roccia.”

Davanti agli occhi mi è apparsa l’immagine dei tanti , troppi lenzuoli in cui si avvolgono i corpi dei morti che quasi indifferentemente ogni giorno ci mostrano le news delle televisione.

Ho pensato che forse sarebbe stato meglio non parlare dopo quella lettura , il silenzio sarebbe stata le migliore delle forme di meditazione.

Poi a casa ho visto in televisione il Papa in silenzio , lo sgomento dei vescovi affaccendati intorno a lui , piazza San Pietro muta e in attesa e ho pensato che quel vuoto , senza omelia di circostanza , per quanto sarebbe stata comunque una pagine di alto valore spirituale , era comunque poca cosa di fronte a quel silenzio pesante e pieno di significato.

Probabilmente quel  povero vecchio stanco , provato dalla malattia non aveva abbastanza fiato per leggere e  già altre volte aveva fatto leggere ad altri il suo pensiero di circostanza ma quel vuoto mi è sembrato così tanto voluto e tanto importante da segnare più di tante parole il peso della rievocazione di una pagine di storia crudele di una morte di croce di un povero ebreo che poi avrebbe segnato la storia nei secoli a venire.

Gioconda , un feuilleton

Un’operona all’italiana ,più che un gran’opera . Caduta nell’oblio , di lei restava solo la Danza delle ore , una pagina orecchiabile , usata anche negli spot pubblicitari e la romanza del tenore , quel Ciel e mar che ha fatto la fortuna di molti.

Un pasticcio di trama , tratta da un dramma di Victor Hugo e liberamente reinventata da Arrigo Boito che la firmò con lo pseudonimo di Tobbia Gorrio la Gioconda è un  titolo caduto in disuso sui palcoscenici italiani , salvo qualche ripresa ogni tanto perché in cartellone un titolo verista dava tono culturale.

Ne ricordo una messinscena allo Sferisterio di Macerata , entrando fece un certo effetto vedere una Venezia di cartone ergersi sul muro immenso del palcoscenico.

Una trama improbabile , morte , sangue e dannazione : c’è di tutto e tutto complicato da un libretto illeggibile.

Oggi , con quel gusto del ritrovamento tanto caro a Pappano ce la ritroviamo riproposta al Festival di Pasqua a Salisburgo in un allestimento che , a vedere dalle foto di scena , ha buttato via Venezia , la Bocca del leone , le calli e la Giudecca per riproporre un successo finito nel cassetto del cattivo gusto di un secolo fa.

Non so quanto l’operazione riuscirà a riportare Gioconda sui palcoscenici in modo duraturo , so che a stretto giro di cartellone ce la ritroviamo a Napoli dopo nemmeno quindici giorni.

Corsi e ricorsi , intanto sale l’attesa e la curiosità di chi non ha mai visto e sentito il “polpettone” di Amilcare Ponchielli , un autore tanto datato e lontano dal gusto musicale odierno.

Certo che per metterla in scena ci vogliono le grandi voci e quelle ci sono , sull’allestimento ci resta solo da andare a vederlo , aumenta la curiosità.

Ma si sa , le mode passano e ritornano, con un cast di tutto rilievo può darsi che per un po’ ne leggeremo il titolo in cartellone .

Cav & Pag

Era il Festival di Pasqua del 2015 a Saltzburg , si celebrava il grande evento : Cavalleria e Pagliacci con un unico protagonista .

Un evento raro e Jonas Kaufmann fece la storia di questi due personaggi nella stessa sera.

Un evento memorabile e forse anche irripetibile :
La regia , molto interessante aveva previsto addirittura un cambio a vista tra i due personaggi , è Turiddu con la camicia insanguinata che passa a Tonio lo spartito dei Pagliacci.

Decisamente brutta la scenografia della Cavalleria , con un paesaggio urbano “alla Sironi” che poco aveva a che vedere con l’ambientazione siciliana .

Molto più azzeccata quella dei Pagliacci e soprattutto la magia di una doppia interpretazione tragica e diversa , per fortuna c’è il Dvd , anche se l’emozione che provai vedendo dal vivo le due opere era ancora viva quando potei dirlo direttamente al protagonista nel backstage.

Sono passati  dieci anni ed è giusto che il personaggio giovane di Turiddu sia affidato ad un cantante più giovane e così ha annunciato il BSO per la primavera del prossimo anno.

Ma la Siciliana , cantata di spalle al tavolino della cucina , resta una delle interpretazioni più dolci e perfette della pagina memorabile.

Quella spartizione nei sei riquadri con gli schermi in bianco e nero come un film realista degli anni cinquanta fu una trovata fantastica e la ripresa video non riesce a riprendere l’idea originale che solo la visione di insieme a teatro riusciva a dare .

So solo che Jonas aveva anche difficoltà a uscire e rientrare dalla parte giusta ogni volta che doveva rientrare in scena!

La mia cara amica Maria Agresta debuttava nel ruolo di Nedda ed era dolcissima e disperata , il resto del cast era buono ma non memorabile.

Qualche problema c’era stato anche con Thielemann  , un grande direttore che forse nell’intento di togliere qualche manierismo all’interpretazione corrente del verismo italiano non era riuscito a rendere il calore dell’intermezzo della Cavalleria.

Quello lo sento più volentieri dell’interpretazione di Von Karajan.

Aribert Reimann

Era prima della pandemia , mia sorella mi telefona da Firenze : al Maggio c’è un’opera strana , non so dirti se è bellissima , ma mi farebbe piacere se tu venissi a sentirla.

E aggiunse .: io ci ritorno volentieri con te.

Fu così che ascoltai per la prima volta Lear di Aribert Reimann e ne rimasi sconvolta , tanto che mi ripromisi di tornare a sentirla a Parigi l’autunno successivo o forse a Monaco  perché quella di Firenze era l’ultima replica e avevo il bisogno di entrare meglio nel mondo musicale di un autore che scoprivo solo così tardi.

Poi il Covid mi ha mangiato gli anni e le forze e quella è stata l’unica volta che ho potuto apprezzare la magia  e la sapienza compositiva di un autore che leggo averci lasciato proprio in questi giorni.

Non so se avrò ancora il tempo per ascoltare la sua musica , certo si tratta di un autore davvero importante e mi dispiace che non sia in cartellone in Italia con l’attenzione che meriterebbe .

Leggo molto di lui in questi giorni : omaggi da parte di molti teatri , soprattutto dal BSO con l’orgoglio di avere li rappresentato molte delle sue opere.

Una versione del Lear diversa da quella di Firenze l’ho vista su Classica , era da Monaco  ,ma francamente mi è sembrata decisamente meno bella di quella vista a Firenze : partiva da una solita strana “regietheater” ambientata in un museo e non mi ha dato nessuna emozione , come al solito l’opera la si deve vedere dal vivo.

Quello che mi aveva tanto colpita era rendermi conto che il suo Shakespeare era talmente scespiriano ma rendere la figura dolente del vecchio re anche più drammatica di quanto già non fosse nella grande tragedia .

Un capolavoro che nasce da un capolavoro.

Un albergo a Napoli

Quando vado a Napoli scendo in un albergo che porta il suo nome e in Galleria , a due passi , c’è una targa che ci dice che li abitava lei , Matilde Serao.

Ieri era l’ anniversario  della sua nascita , un lontano 14 marzo del 1856. 

Di lei sapevo pochissimo e mi sono messa a cercare  qualcosa che me ne rendesse la memoria e una notizia mi ha colpito : questa giornalista amava le donne e ne raccontava le storie con calore , un suo libro e reportage riguardava le maestrine , eroiche figure di educatrici che pochissimo pagate e per niente tutelate , lontano dalle grandi battaglie politiche cercavano di formare le generazioni future  in nome del progresso e della dignità.

Si chiamava Vie dolorose quel suo libro e mi ha ricordato la mia nonna Beppina , uno scricciolo di donna che partiva da Roma per andare a insegnare in Ciociaria  e c’è una foto da qualche parte che la ritrae ,minuscola e fiera davanti alla sua classe di (!) 49 studenti.

La mia nonna Beppina , fiorentina fiera delle sue origini , aveva anche scritto dei piccoli libri a sue spese in cui cercava di insegnare alle madri d’Italia le buone regole di igiene : ne serbo ancora le copie che tengo con religioso orgoglio tra le mie memorie più care.

Uno è intitolato Conversazioni alla buona ( alle madri dei miei scolari ) e il secondo La donna-madre ossia l’allevamento e le cure dell’infanzia.

La  mia nonna parla di avveniristici luoghi in cui si potranno lasciare i bambini fino ai tre anni  per permettere alle madri di andare a lavorare serenamente , chissà se Matilde Serao abbia mai conosciuto gli scritti della mia nonna.

Certo nel suo raccontare Le vie dolorose in qualche modo pensava alle grandi maestre come la mia nonna  e tornando a Napoli mi fermerò a rendere omaggio alla giornalista .

Davanti alla lapide che la ricorda mi rivolgerò con maggiore attenzione anche a tutte le maestrine come la mia amata nonna Beppina che lei celebrava nei suoi scritti..

Un saluto mancato

Domenica mattina , come mia abitudine faccio una visita al cimitero e noto una coppia di giovani vicini ad una tomba recente mentre parlano fra di loro.

Hanno un’aria più polemica che dolente , io annaffio le mie piante e cerco con lo sguardo e con un sorriso un saluto che non arriva , pazienza.

Mentre mi allontano però non posso fare a meno di sentire le loro parole : “è la solita lobbie degli ebrei”….

La frase è fuori contesto , ma mi fa lo stesso stringere il cuore .

Proprio domenica scorsa la preghiera dei fedeli conteneva un invito  a pregare per “i nostri fratelli ebrei” , era scritto sul foglietto della Messa.

Mi era scattata una gran voglia di fermarmi a parlare perché quella frase così banale e così banalmente odiosa mi ricordava troppe cose cattive del passato e purtroppo anche del presente.

Poi in me ha prevalso  una stanchezza antica e una paura nuova :perché cercare una polemica che mi avrebbe comunque vista perdente ?

Sono andata verso l’uscita sentendomi un po’ vigliacca e molto stanca.

Quanto qualunquismo e quanto livore ci poteva essere in quella frase detta davanti ad una tomba  recente ?

Non lo saprò mai , ma mi è rimasta addosso una tristezza infinita se ancora nel 2024 certi luoghi comuni infamanti vengono ancora saldamente ancorati nella testa della gente comune anche se ho capito che quel livore e quegli sguardi della coppia avevano una matrice culturale ben precisa ; forse nell’ignorare la risposta al mio cenno di solidale saluto c’era già la risposta al loro pensiero.

Inutile cercare l’orientamento politico , non era difficile capirlo.

Il nuovo mondo

La prima volta che sentì la parola influencer fu quando irritata da una bella ragazza che in  tv diceva capèlli per reclamizzare un prodotto sventolando le chiome fui redarguita da un nipote : nonna , ma quella ha milioni di followers !

Così in una botta sola imparai due parole nuove che mi misero al passo con i tempi.

Il colpo di grazia però me lo diede l’ottavo nipote quando sorridendo ( aveva più o meno cinque anni ) alla mia stupida e banale domanda nonnesca : cosa vuoi fare da grande mi rispose tranquillo  l’Influencer e mise una pietra tombale sui banali sogni borghesi di un tempo.

Da allora sono passati già un po’ di anni e il nipote grande , ben laureato e lavoratore nella grande metropoli  lontano dalle tranquille provincie marchigiane non credo segua più i consigli degli influencer , bada al suo futuro con i piedi per terra e i sogni di tutti i  giovani nel cassetto.

Il piccolo aspirante “consigliatore” ha lasciato il primo progetto e ora forse tende al sogno del rapper , ma so che anche questo gli passerà ; è troppo bravo a scuola e  mi sono accorta che ha idee e gusti chiarissimi in campo culturale.

Forse però il colpo di grazia alla fantomatica professione la sta dando la triste storia della famosa ragazza bionda dai milioni di seguaci, certi imperi di carta crollano con la velocità del suono e riportano alla dimensione reale le sgangherate conquiste del web.

Certe volte però mi sembra di essere come quegli spettatoti dipinti di spalle nel bellissimo dipinto di Giandomenico Tiepolo intitolato   Il mondo nuovo..

Gli effigiati guardano avanti , oltre il muro , forse dall’altra parte c‘è il rinoceronte in piazza , la curiosità del diverso arrivato dal mondo lontano.

Nel nostro tempo il mondo lontano non esiste più , esiste una realtà unica e terribile che però nasconde al nostro sguardo di sopravvissuti una realtà sconosciuta alla quale possiamo guardare solo al di qua del muro. 

Un altro otto marzo

Siamo ancora qui a dirci “ se non ora quando” oppure “non una di più”, slogan su slogan ma ancora è lontana la parità salariale e un consigliere comunale tranquillamente può ancora dire : sta zitta “ alla collega che lo interrompeva.

Ma le donne piano piano , anche a rischio della vita , stanno scalando i  muri più alti soprattutto con uno strumento invisibile e prezioso : con la forza di volontà della cultura .

Le giovani studiano di più e meglio dei loro colleghi , le donne si mascolinizzano nelle professioni mentre gli uomini ( quelli giusti ) addolciscono il loro atteggiamento perdendo forse in grezza virilità , ma affermandosi compagni alla pari nelle professioni e nella vita familiare.

Non proprio una mutazione genetica ma il lento trasformarsi della società , soprattutto laddove cresce il livello qualitativo della vita tra le giovani generazioni.

Devo comunque ammettere , da vecchia femminista , che strada facendo abbiamo fatto tutta una serie di errori , il più grave sicuramente è quello di ritenere che una volta conquistato un diritto questo lo sia per sempre.

Occorre vigilare perché niente è più precario che ritenere duraturo un successo , per un passo avanti ancora se ne possono fare molti indietro, solo con la pazienza e la volontà il cammino proseguirà consolidandosi.

Mi ha molto impressionato il papà di Giulia quando ha detto che occorreranno ancora centocinquanta anni per arrivare ad una vera parità di genere .

Certo che noi non ci saremo , ci basti la speranza che lentamente , pagando ancora prezzi dolorosi e vittime , la strada intrapresa sia quella giusta .

Kaufmanniana

Questo mio angolo di lettura nacque tanti anni fa soprattutto per raccontare i miei viaggi musicali al seguito di Jonas Kaufmann , quel tenore poi diventato startenor o tenorissimo eseguito da schiere di followers in tutto il mondo.

Ho scritto libri che in qualche modo avevano la sua persona al centro dei miei tanti viaggi musicali.

Gli devo la scoperta di quella preziosa arte musicale che sono i Lieder romantici  e attraverso le sue interpretazioni anche il recupero di canzoni tedesche del periodo tra le due guerre  che fu un successo planetario.

Ricordo con tenerezza la platea di non giovanissimi a Monaco quando cantava “ Du bist die welt für mich” ma non ho ripreso il treno per sentirlo cantare le canzoni da film e credo che debba una spiegazione alle tante amiche e amici che nel suo nome mi hanno seguito per tanti anni.

Questa ultima operazione commerciale mi ha un po’ deluso e non avevo neppure capito perché cantasse in italiano due melodie da film famosi alle quali avevano appiccicato parole in italiano neppure tanto d’accordo con la metrica ritmica.

Perché cantare in italiano Il gladiatore e Mission? Poi mi è venuta in soccorso un’amica che mi ha spiegato essere queste canzoni in repertorio di pseudo-tenori italiani neo melodici dai quali mi tengo alla larga per  miei gusti musicali, diciamo così, un po’ più elevati.

Vengo da una ultima splendida interpretazione di Kaufmann che è riuscito nella difficile impresa di rendere credibile anche un personaggio fantoccio come il Calaf della Turandot , gli devo il più bel Tristano della mia vita , perché rovinarmi il ricordo con una serata ad effetto un po’ troppo commerciale come quella di Napoli?

Volevo stare zitta , poi il mio silenzio poteva mettere in sospetto e allora ho preferito parlarne.

Se mi regge la salute ho già in tasca i biglietti per due Gioconde e pure una Liederabend e una Tosca a Monaco.

La mia stima e il mio affetto non diminuiscono , solo mi permetto di selezionare le mie serate anche in relazione al mio gusto personale .

Detto fra di noi mi pare che gli manchi ancora Il ballo in maschera , magari c’è ancora nella sua grande capacità interpretativa un ruolo romantico da interpretare ….

Berlinguer

Grazie alla Torre di Babele di Corrado Augias abbiamo potuto vedere uno straordinario film di culto , mai passato in televisione che mi ha riportato ad un tempo lontano , quando rapidamente passò in quello che era quasi un cinema d’essai ad Ancona.

Ricordo lo sconcerto dei miei amici che non capivano i dialoghi (e per fortuna !), pensavo io che invece li capivo benissimo.

Un italiano antico e grondante la verità del linguaggio delle Case del popolo dei miei verdi anni.

Ho dovuto anche digitare il codice Sky per vederlo , per fortuna l’ho ritrovato tra le tante password che infestano la vita di noi poveri vecchi costretti a mille memorizzazioni.

Peccato le tante , troppe pubblicità che lo hanno infestato , era un film breve , di quelli che si facevano una volta e mi sono pentita di non averlo registrato.

Quel Cioni Mario , con i suoi soliloqui infarciti di pesanti riferimenti corporali  era la saggezza antica e la sua spiegazione di quello che doveva essere il comunismo “naturale” è una pagina di autentico realismo d’antan.

Benigni ha parlato di Rabelais e a ragione , quell’amore fisico per Berliguer e per la mamma sono ambedue chiavi di lettura così semplici e autentici da mostrare la realtà composita dell’anima più di qualsiasi dotta lezione sul trasporto freudiano del pensiero umano.

Bellissima e mirabili battute e quella che mi piace di più è quella riferita dalla relatrice del convegno : che ne pensi delle donne?
Nulla , sono uomini come noi . E ha detto tutto sul femminismo e tutte le lotte salariali ancora irrisolte.

Triste , amaro finale dopo i titoli di coda : quella realtà semplice e in certi momenti squallida e degradata è ancora la stessa , il paesaggio non è cambiato , se non in peggio.

Anche questo è un messaggio nel messaggio e conferma quello che a mio avviso è l’autentico capolavoro di Roberto Benigni tramite Giuseppe Bertolucci.

Scissioni

Le foto delle sfilate di moda con le modelle e i modelli con addosso improbabili mises che mai si vedranno per strada , improbabili nudità e strani sacchi informi , poi piume , asimmetrie e ciarpane vario fanno capire quanto siano distanti i vecchi canoni della moda che poi si riflettevano negli abiti che si sarebbero visti per le strade la stagione successiva.

La creatività individuale che stranamente si assomiglia a tutte le latitudini  crea invece una strana risposta ,senza volerlo in realtà si assista ad una omologazione globale .

I ragazzi di Londra si vestono come quelli di Tokio e quelli di Berlino assomigliano ai ragazzi di Parigi o di Milano.

La moda se ne va per conto suo così come la cucina , sempre più rarefatta e complessa poi nella realtà è la pizza , declinata magari in forme più o meno ortodosse che vince sulle tavole del mondo civilizzato.

Una rottura tra i mondi artefatti della moda e della cucina con la realtà globalizzata anche se in realtà tutto questo riguarda comunque una piccola fetta del nostro mondo.

Poi c’è tutto il resto del mondo reale ed è come un taglio netto tra il ricco occidente e in qualche modo ricorda i passeggeri del Titanic che seguitavano a ballare al suono dell’orchestrina di bordo mentre in transatlantico colava a picco.

Da queste parti c’è ancora un politico che critica Zelewsky perché si ostina a vestirsi con le ineleganti tenute militari per ricordare al mondo che a due passi da noi si combatte nel freddo e nella neve come facciamo finta di non vedere le immagini del drone sulla folla che si accalca nella striscia di Gaza per un sacco di farina.

Poi arriverà una nuova pandemia a livellare il mondo e allora si tornerà a coprirci la faccia , ma forse lo faremo per la vergogna.

I Taviani

Se ne è andata anche la seconda metà della coppia straordinaria dei fratelli Taviani , dopo Vittorio anche Paolo è andato a raggiungere quel fratello con il quale hanno regalato al cinema italiano una serie di film molti dei quali capolavori che sono stati apprezzati in tutta Europa ,il loro era un cinema civile ,colto e politicamente impegnato.

Dal primo ricordo che ho del loro cinema “San Michele aveva un gallo” fu la rivelazione del modo di lavorare in coppia dei due fratelli fino al film premiato a Berlino “Cesare deve morire” , girato nel carcere di Rebibbia con i detenuti in veste di attori scespiriani tutta una serie di capolavori tra i quali il mio amato La notte di San Lorenzo ambientato nella campagna toscana , Kaos tratto da Pirandello e citando a memoria lo straordinario Padre padrone che fu premiato con la Palma d’oro a Cannes.

I premi li prendevano più all’estero e anche l’ultimo film , girato dal solo Paolo perché Vittorio ci aveva lasciato “Leonora addio” è un film bellissimo che purtroppo troppi  pochi hanno visto .

Avevano un modo particolare di lavorare in coppia e pare che fosse difficile capire che dei due aveva girato una scena o chi l’altra.

Io li ho molto amati ,anche nelle opere meno apprezzate dal pubblico , la loro ispirazione sempre alta nell’impegno civile non sempre trovava anche nella critica più aperta opinione concorde per apprezzarne la qualità filmica.

Con i Taviani se ne va un modo di fare cinema mai spettacolare e sempre elegantemente riconoscibile nella forma classica , privo di effetti speciali, basato su storie che avevano sempre un forte 

richiamo all’origine letteraria del testo.

Un modo di fare cinema intelligente e raffinato , spero che i giovani possano avere l’occasione di celebrarli degnamente con adeguate rassegne in ricordo.