Paragoni

Inevitabile paragone tra la messinscena di  Salisburgo e quella di Napoli : se fosse una partita di calcia direi uno a zero , vince nettamente Napoli.

Ma con quali motivazioni ? Cercherò di esaminarne alcune , con serenità.

Salta all’occhio la diversa scelta di base : là un tentativo di attualizzare la storia , qua una serena e semplice accettazione del plot narrativo che rispecchia un gusto molto datato .

Siamo alla fine dell’Ottocento , Arrigo Boito scrive , compone  ; è un eclettico protagonista del gusto del suo tempo e i suoi testi lo rispecchiano.

Amilcare Ponchielli ha sentito molta grand-opera , è influenzato da tanta musica che scorre attorno a lui ma non è un genio.

Riuscirà col suo massimo impegno a creare un’operona di successo, questa Gioconda , cantatrice di strada che diventerà il cavallo di battaglia di grandi dive fino alla sublime Maria.

Poi calò il silenzio  e oggi dobbiamo riascoltare l’opera con lo spirito di un recupero storico.

La strada di Salisburgo era sbagliata , questa di Napoli è onesta e quasi didascalica .

Ci potrebbe essere una terza via ? Occorrerebbe molta cultura e forse un guizzo di genio in più ma nell’insieme ci possiamo accontentare.

Scena semplice , di giusto telo dipinto , costumi bellissimi ed eleganti ; una pacchia per cantanti che se ne sentono gratificati , luci ed effetti quanto basta , fumo , fuoco e fiamme e siamo a posto.

Intelligente anche l’uso delle maschere della commedie dell’arte e felicemente storici anche i costumi del coro.

A Salisburgo una grande bacchetta e una grande orchestra, a Napoli tutto meno eclatante ma onesto e pulito , lo stesso si può dire per il coro ed i balletti.

Il discorso del cast è un po’ più complesso : grandissimi nomi , quasi tutti gli stessi, forse una chance di più a Napoli , ahimè tutti un po’ provati dal caldo improvviso e dalla fatica , nessuno è al massimo delle proprie possibilità.

Ma il divismo ha i sui perché e per i fans della diva e dei divi il successo è assicurato.

Passato il raffreddore è probabile che tutti brillino ancora della luce che ha illuminato le loro strepitose carriere.

Ci possiamo domandare se vale la pena questo recupero che sono certa provocherà altre riprese  ; mi piacerebbe che provassero l’impresa dei giovani cantanti ; in questo senso mi è sembrata positiva l’esibizione del giovane basso dello spettacolo napoletano ; i grandi nomi che abbiamo amato e che amiamo ancora ascoltare lascino questo titolo a imprese più confacenti al loro attuale momento delle rispettive carriere.

Ci potranno dare ancora molto , ne sono convinta.

LUBO

Si nascondono nelle pieghe della Storia eventi terribili e assurdi che qualche volta sembrano addirittura impossibili da immaginare . 

E’ quello che è successo nella vicinissima e civile Svizzera nel secolo scorso , quando migliaia di bambini furono sottratti alle loro famiglie per un perverso senso di civiltà e per rieducarli secondo i modelli di quella che pareva essere la cultura vincente –

I bambini delle famiglie zingare di etnia jenisch, I cosiddetti zingari bianchi, furono vittime di questa tragica vicenda e ci ha pensato Giorgio Diritti , un cineasta straordinario , il cui cinema civile seguo ormai con ammirazione da molti anni a raccontare la vicenda.

Il film è intitolato Lubo e narra una storia vera , avvenuta lontano dal clamore dell’Olocausto , ma che ne ha a tratti la stessa crudele assurdità.

Il cinema di Diritti , lo scoprii anni fa attraverso il suo bellissimo “ Il vento fa il suo giro “ nel quale si raccontava il razzismo segreto e minore di cui è vittima una famiglia francese che tenta un inserimento in un territorio piemontese in cui si parla ancora occitano , poi ho visto il suo straordinario “L’uomo che verrà” che apre uno spiraglio di speranza raccontando un eccidio feroce sull’Appennino emiliano.

Altri film , altro impegno : questo Ludo , un artista di strada che vede la sua famiglia disperdersi nelle assurdità di regole feroci è una storia vera ed è raccontata con il solito rigore e la solita pulizia formale alla quale ci ha abituati lo straordinario uomo di cinema che vive appartato dal clamore dello showbusinnes e ci regala film di grande contenuto storico e sociale.

Non è un film perfetto , ispirato in parte ad un romanzo intitolato Il seminatore , ha qualche lungaggine che lo appesantisce , ma i suoi minuti finali meritato un applauso a scena aperta , presentato al festival di Venezia è adesso presente su una piattaforma.

Interpretato da un grandissimo attore tedesco , cui basterebbe la voce per rendere la rudezza e la realtà del suo personaggio segnalo la visione a tutti coloro che vogliono sapere di più su quello che nel secolo scorso è successo anche in paesi civili e spesso considerati solo come rifugio per emigrati politici e per la forza del danaro delle proprie  banche.

Rimpianto

Forse tra i rimpianti di ciò che non si è realizzato nella vita ce n’è uno particolare : non avere studiato musica quando la mente è aperta alla conoscenza e l’apprendimento è cosa facile.

Ma nell’inverno del ’43 faceva tanto freddo e nel grigiore di una memoria filtrata forse anche dalle immagini dei film neorealisti dell’epoca quella bambina dalle cosce viola dal freddo che doveva prendere due tram per attraversare Firenze e andare a studiare il solfeggio dal nonno smise di studiare musica e si limitò a trimpellare poche note sul pianoforte che restava muto per lei mentre la nonna suonava le sue amate melodie di Mascagni.

Tempi lontanissimi , si doveva solfeggiare per tanto tempo prima di mettere le mani sulla tastiera e poi quando ci si arrivava erano solo le scale , le scale , le scale.

Così finì la mia scuola di musica e da allora ho sempre guardato con una strana specie di invidia tutti coloro che la musica la leggono , la seguono sugli spartiti e la trasmettono con i loro strumenti.

Il mio strumento preferito sarebbe stato il violoncello , amo il suo suono morbido , la sua dolcezza triste.

Pensavo a questo riguardando le foto del mio recente viaggio a Salisburgo : ho fotografato tante musiciste dell’orchestra , amiche di una cara amica romana e le foto dei loro volti sorridenti sul palco o in buca forse nascondevano in me quel rimpianto così antico da essere addirittura rimosso e ormai nascosto nelle pieghe inconsce di una vita nella quale sicuramente non mi è mancata la musica .

Ne ho ascoltata tanta , forse ho anche capito il significato di pagine incise nelle mia anima , mi manca però la conoscenza che nasce dalla capacità di trasmettere la gioia attraverso uno strumento.

Un ricordo ogni tanto mi attraversa la mente : ero a Spoleto e faceva tanto caldo nel loggione , biglietto trovato per miracolo all’ultimo minuto.

Nel palco sotto di me due mani sfogliavano la partitura : era il Don Giovanni di Mozart e io ero davvero invidiosa anche se a ripensarci bene non ho mai avuto bisogno di leggere le note per capire la magia di quella musica tanto amata , semmai nel tempo ho allargato le mie conoscenze musicali e ne ho affinato la scelta.

So che in Metamorphoses di Strauss si nasconde una frase disperata di Re Marke e non è poco per una ignorante come me.

Ponti di civiltà

Leggo oggi una riflessione di una ottima giornalista che trovandosi ad attraversare la Francia ha notato degli strani e all’apparenza inutili ponti sopra le autostrade e si è chiesta a cosa servissero .

Le hanno spiegato che sono per gli attraversamenti degli animali

 che specie la notte hanno imparato ad usarli evitando la morte su quelle strade sulle quali sfrecciano gli umani a bordo delle loro potenti macchine  abbagliando e spesso immobilizzando le bestie che fanno così spesso una brutta fine.

Ebbene quei ponti , eleganti e inutilmente pieni di verde i li avevo già visti una diecina di anni fa in una strada tra Monaco di Baviera e Cesky Krumlow, un delizioso paese nella Repubblica Ceca .

Anche io , incuriosita avevo chiesto la motivazione di quei ponti e anche io rimasi colpita dalla risposta: evidentemente in Europa ci sono dei paesi molto più avanti di noi nel rispetto della natura in tutte le sue forme.

E’ vero che nel nostro bel paese le autostrade non sono circondate da foreste ma da capannoni industriali che si susseguono con orrida monotonia , ma da qualche parte abbiamo ancora momenti di bellezza naturale , qualche splendido scorcio di mare , qualche attimo di quella quieta bellezza che era la nostra più eloquente immagine del paese che fu.

Forse , tra i tanti progetti di imbruttimento quotidiano che segnano il nostro tempo potrebbe essere una buona idea quella di progettare anche dalle nostre parti i ponti “salva fauna” che fanno parte dell’Europa civile alla quale puntigliosamente ci onoriamo di appartenere.

Gentiluomini

Capita che una vecchia signora sola nei lunghi anni di frequentazione dei teatri di mezza Europa finisca per fare dei curiosissimi incontri.

Spesso sono eleganti e attempati gentiluomini che garbatamente le siedono vicino , solitudini di vecchiaia con forti affinità musicali.

Guten Abend , poi qualche piccola frase o un gesto gentile , come quello di un gentiluomo che avendomi visto soffrire il primo atto del Rosenkavalier per colpa di un armadio a due ante seduto davanti , alla ripresa del secondo atto con un Bitte  accompagnato da un inchino mi dette il suo posto molto più gestibile dal punto di vista visivo.

Oppure quel signore australiano che a Bayereuth mi chiese di indovinare quanti Ring integrali avesse rincorso nella sua lunga vita.

Io azzardai un dieci interrogativo e lui orgogliosamente mi rispose : diciotto ! elencandomeli più o meno tutti a spiegandomi che per riuscirci li aveva rincorsi ai quattro angoli del globo.

Ma l’incontro più recente e curioso è avvenuto a Salisburgo : il vicino , volto già notato in qualche teatro di area germanica , riconosciuto soprattutto per il forte accento piemontese si è intrattenuto garbatamente spiegando il problema che angustia molti di noi che abbiamo accumulato libri , longplain e cd e dvd e abbiamo case troppo grandi per le nostre solitudini utili solo a raccogliere tutte queste preziose testimonianze culturali.

Ebbene , alla fine della elegante chiacchierata il gentiluomo mi ha mostrato la foto di casa sua e indicandomi il pavimento che vedevo di marmo chiaro con strani disegni neri mi ha detto orgogliosamente che era la Seconda di Mahler , la sua preferita che l’architetto era  riuscito a fargliela avere incisa nel marmo.

Gli dedico questo mio piccolo pensiero sperando di ritrovarlo ancora da qualche parte , non so dove , come recita una canzone francese dei nostri tempi lontani.

Piccola riflessione

Dobbiamo alle fertile penna di Victor Hugo il dramma “Il tiranno di Padova” dal quale trasse il libretto dell’opera La Gioconda un facondo intellettuale della fine dell’Ottocento : quell’Arrigo Boito che poi sarebbe stato anche il librettista di Verdi per il suo capolavoro Otello.

L’opera vide la luce alla Scala nel 1876 e l’autore del libretto usò lo pseudonimo di Tobia Gorrio

Anche il fratello dell’eclettico Arrigo fu scrittore e dobbiamo a lui la bellissima novella Senso da cui poi Luchino Visconti avrebbe tratto il suo omonimo film capolavoro

Boito fu anche compositore : gli dobbiamo Il Mefistofele e Il Nerone , un’opera data molto raramente ma con pagine bellissime  e a me particolarmente care perché una frase dell’opera è incisa nella base dell’altare della piccola cappella di famiglia in un paesino della campagna toscana vicino a Empoli.

Era il gusto dell’epoca , la nonna Beppina le aveva volute incise nel marmo:

 quando torna la sera , col mesto incanto delle rimembranze, unite anche il mio nome alla preghiera…..

Leggo in questi giorni della presentazione della Gioconda a Napoli.

Il regista dice chiaramente che non è possibile ambientarla diversamente che a Venezia , tanti sono i riferimenti ambientali con la Serenissima , a cominciare da quella Bocca del leone nella quale i delatori mettevano le loro missive di spie per il Consiglio dei Dieci e del Doge in persona. 

L’isola della  Giudecca e i canali morti sono raccontati con dovizia di particolari e si inneggia anche alla Ca d’oro .

L’innamorato principe genovese ( un nemico ) arriva travestito da marinaio dalmata , anche questo un preciso riferimento.

C’è tanta acqua nel testo e in qualche modo anche nella musica di Ponchielli , tutto questo per dire che la messinscena di Salisburgo è stata deludente e incolta.

Leggo che i costumi rinascimentali ,dell’allestimento napoletano  che mi dicono bellissimi , sono di Christian Lacroix , un nome dell’alta moda che mi fa bene sperare per quello che vedremo.

Forse , aggiungo in chiusura , anche Jonas Kaufmann avrà la strada più facile per entrare nel personaggio senza un ridicolo cappellino e un binocolo di plastica al collo.

La Gioconda

 

Per me la Gioconda è sempre stata la Danza delle ore , vuoi nella stupenda versione Disney con gli elefanti che ballano o nel mio privato quando ne facemmo uno sketch a carnevale con gli uomini in tutù.

Per il resto , se levi Cielo e mar e Suicidio c’è ben poco di altro per giustificare una ripresa salisburghese, se poi ci metti una regia stupida e volgare quel poco di buono lo si perde del tutto.

Mettere in fila l’inutile antefatto , l’elettrochoc,il trenino del coro , l’assassinio di Badoero fuori programma , la testa di Laura nel piatto ed altre amenità si capisce perché, mentre la Netrebko in versione Anna Magnani ce la mette tutta , Salsi fa “ cattivissimo me” , Jonas Kaufmann appare notevolmente distaccato dal ruolo.

Si vede a occhio nudo che non ci crede e gli dedica il minimo sindacale.

Diversa è la motivazione di Pappano che si è sicuramente appassionato all’idea del recupero culturale di un’opera un tempo popolare e ormai uscita dal cartellone per il cambio di gusto musicale del pubblico.

Ne ha fatto una doppia sfida : portare in buca la sua preziosa orchestra sinfonica romana con il coro incorporato e l’azzardo del recupero di un titolo desueto. 

Lui la sfida l’ha vinta gloriosamente e di questo l’orchestra gliene è veramente grata.

Ultima considerazione : se qualche volta la intzegnerun-regie ha irritato, generalmente si deve riconoscere che il regista di turno sia partito da una idea , magari non condivisibile ma coerente ; in questo caso siamo davanti a un ibrido.

Non è una regia tradizionale ma non c’è neppure  un’idea alternativa ,; purtroppo il regista non ha capito nulla dell’Italia , del periodo storico in cui Boito scriveva e di Ponchielli che probabilmente aveva in mente il grand-opera alla francese.

Visto il successone salisburghese questa mia è sicuramente una voce fuori dal coro.

 Vedremo la prossima settimana a Napoli se con una regia più tradizionale l’opera risulterà degna di rientrare definitivamente in cartellone.

Cronache salisburghesi

I concerti

Forse non sarà stato il miglior Requiem della mia lunga vita ma a Salisburgo c’è una meravigliosa orchestra italiana con un imponente coro italiano e la grande musica del nostro grandissimo italiano Giuseppe Verdi e io sono orgogliosamente felice.

E’ cominciata così la prima giornata di questo festival di Pasqua e penso ogni volta che potrebbe essere l’ultimo.

Una cara amica con la quale ho fatto sempre viaggi allegri e conditi di tanta affinità culturale , i miei angeli protettori che mi hanno ancora una volta portato con amore fino a qua, un po’ fuori uso oggi per i postumi di un brutto raffreddore  residuo di una crociera in esotici mari , altre amicizie da vedere e contattare. Insomma mi sento a casa.

Sir Tony Pappano , orgoglioso di questa orchestra che sotto la sua bacchetta è cresciuta in qualità e amalgama prezioso qui lo omaggia per il lavoro fatto nei lunghi anni della permanenza alla sua guida.

Secondo giorno : concerto imperniato su Hector Berlioz, dirige il maestro Jakob Hrusa , il gesto sicuro, il programma incuriosisce e Il viaggio di Aroldo è una pagina che sa mettere in risalto le preziosità orchestrali a cominciare dall’arpa al centro. La viola di Pinchas Zukerrman accompagna il percorso musicale.

L’orchestra maestosa e coinvolgente.

Tornando in albergo con la mia meravigliosa compagna a metà delle strada deserta che ci porta in albergo si sciolgono le campane , il suono maestoso  del campanone ci annuncia la Pasqua , ci abbracciamo commosse.

Un attimo di fede e forse di speranza.

Terzo giorno , grande Messa nella Cattedrale gremita. Musiche di Händel , molti cantano gli inni.

E’ bello stare insieme avvolti nella musica e sembra che la messa cantata sia quasi più breve di una messa semplice.

Nella bella omelia , che capisco solo a sprazzi, si sente la fede e soprattutto si spera che la fede riesca a unire gli uomini di questo mondo lacerato , è una celebrazione in cui mi sento molto vicina a tutti, specie alle care persone che conosco e che sento partecipare all’unisono la cerimonia.

Variazione pasquale grazie alla deliziosa amica bavarese che ha avuto l’idea.

Siamo un piccolo gruppo e andiamo ad Anif , una bellissima luce e un vento fresco che fa camminare le nuvole.

Appena arrivati un doveroso omaggio nel minuscolo cimitero alla modesta e fiorita tomba di un grande direttore : un grazie a Herbert Von Karajan, con la gratitudine dei suoi fedeli ammiratori.

Il pranzo perfetto, l’ambiente raffinato , l’aria caratteristica e ottimo cibo locale.

Siamo al terzo giorno: un programma scelto da sir Tony che è una somma di virtuosismi orchestrali con il più grande dispiegamento strumentale possibile : la prima parte incolla Boccherini ,Ponchielli e De Sabata in una idea pazzesca di colore musicale. Nella seconda parte l’esecuzione imperiale delle Fontane e dei Pini di Roma di Respighi.

Boato finale del Grossefestpielhaus e ben due bis strappa standing ovation : L’omaggio a Puccini con l’Intermezzo della Manon e il galop dal Tell di Rossini.

Tutti in piedi : l’orchestra dell’Accademia di santa Cecilia ha fatto brillare il Festival di pasqua.

Lunedì di Pasqua , vado in solitaria alla Messa alle nove alla Franziskanerkirche, Messa breve Piccolomini KV258 di Mozart, fantastico interludio con cinguettii di uccelletti e penso a quel mattacchione che scriveva capolavori divertendosi.

Il Vangelo racconta dei due pellegrini di Emmaus , il mio tedesco è quasi facile, poi come previsto è arrivato il maltempo.

Chiudiamo con La Gioconda.

Il silenzio del Papa.

La domenica delle palme . quest’anno si legge la Passione di Marco , quei pochi che ancora vanno il chiesa sanno che è una lettura diversa a seconda degli anni liturgici.

La storia è breve  , ma verso la fine una frase mi colpisce : “e avvolto nel lenzuolo lo depose in un sepolcro scavato nella roccia.”

Davanti agli occhi mi è apparsa l’immagine dei tanti , troppi lenzuoli in cui si avvolgono i corpi dei morti che quasi indifferentemente ogni giorno ci mostrano le news delle televisione.

Ho pensato che forse sarebbe stato meglio non parlare dopo quella lettura , il silenzio sarebbe stata le migliore delle forme di meditazione.

Poi a casa ho visto in televisione il Papa in silenzio , lo sgomento dei vescovi affaccendati intorno a lui , piazza San Pietro muta e in attesa e ho pensato che quel vuoto , senza omelia di circostanza , per quanto sarebbe stata comunque una pagine di alto valore spirituale , era comunque poca cosa di fronte a quel silenzio pesante e pieno di significato.

Probabilmente quel  povero vecchio stanco , provato dalla malattia non aveva abbastanza fiato per leggere e  già altre volte aveva fatto leggere ad altri il suo pensiero di circostanza ma quel vuoto mi è sembrato così tanto voluto e tanto importante da segnare più di tante parole il peso della rievocazione di una pagine di storia crudele di una morte di croce di un povero ebreo che poi avrebbe segnato la storia nei secoli a venire.

Gioconda , un feuilleton

Un’operona all’italiana ,più che un gran’opera . Caduta nell’oblio , di lei restava solo la Danza delle ore , una pagina orecchiabile , usata anche negli spot pubblicitari e la romanza del tenore , quel Ciel e mar che ha fatto la fortuna di molti.

Un pasticcio di trama , tratta da un dramma di Victor Hugo e liberamente reinventata da Arrigo Boito che la firmò con lo pseudonimo di Tobbia Gorrio la Gioconda è un  titolo caduto in disuso sui palcoscenici italiani , salvo qualche ripresa ogni tanto perché in cartellone un titolo verista dava tono culturale.

Ne ricordo una messinscena allo Sferisterio di Macerata , entrando fece un certo effetto vedere una Venezia di cartone ergersi sul muro immenso del palcoscenico.

Una trama improbabile , morte , sangue e dannazione : c’è di tutto e tutto complicato da un libretto illeggibile.

Oggi , con quel gusto del ritrovamento tanto caro a Pappano ce la ritroviamo riproposta al Festival di Pasqua a Salisburgo in un allestimento che , a vedere dalle foto di scena , ha buttato via Venezia , la Bocca del leone , le calli e la Giudecca per riproporre un successo finito nel cassetto del cattivo gusto di un secolo fa.

Non so quanto l’operazione riuscirà a riportare Gioconda sui palcoscenici in modo duraturo , so che a stretto giro di cartellone ce la ritroviamo a Napoli dopo nemmeno quindici giorni.

Corsi e ricorsi , intanto sale l’attesa e la curiosità di chi non ha mai visto e sentito il “polpettone” di Amilcare Ponchielli , un autore tanto datato e lontano dal gusto musicale odierno.

Certo che per metterla in scena ci vogliono le grandi voci e quelle ci sono , sull’allestimento ci resta solo da andare a vederlo , aumenta la curiosità.

Ma si sa , le mode passano e ritornano, con un cast di tutto rilievo può darsi che per un po’ ne leggeremo il titolo in cartellone .

Cav & Pag

Era il Festival di Pasqua del 2015 a Saltzburg , si celebrava il grande evento : Cavalleria e Pagliacci con un unico protagonista .

Un evento raro e Jonas Kaufmann fece la storia di questi due personaggi nella stessa sera.

Un evento memorabile e forse anche irripetibile :
La regia , molto interessante aveva previsto addirittura un cambio a vista tra i due personaggi , è Turiddu con la camicia insanguinata che passa a Tonio lo spartito dei Pagliacci.

Decisamente brutta la scenografia della Cavalleria , con un paesaggio urbano “alla Sironi” che poco aveva a che vedere con l’ambientazione siciliana .

Molto più azzeccata quella dei Pagliacci e soprattutto la magia di una doppia interpretazione tragica e diversa , per fortuna c’è il Dvd , anche se l’emozione che provai vedendo dal vivo le due opere era ancora viva quando potei dirlo direttamente al protagonista nel backstage.

Sono passati  dieci anni ed è giusto che il personaggio giovane di Turiddu sia affidato ad un cantante più giovane e così ha annunciato il BSO per la primavera del prossimo anno.

Ma la Siciliana , cantata di spalle al tavolino della cucina , resta una delle interpretazioni più dolci e perfette della pagina memorabile.

Quella spartizione nei sei riquadri con gli schermi in bianco e nero come un film realista degli anni cinquanta fu una trovata fantastica e la ripresa video non riesce a riprendere l’idea originale che solo la visione di insieme a teatro riusciva a dare .

So solo che Jonas aveva anche difficoltà a uscire e rientrare dalla parte giusta ogni volta che doveva rientrare in scena!

La mia cara amica Maria Agresta debuttava nel ruolo di Nedda ed era dolcissima e disperata , il resto del cast era buono ma non memorabile.

Qualche problema c’era stato anche con Thielemann  , un grande direttore che forse nell’intento di togliere qualche manierismo all’interpretazione corrente del verismo italiano non era riuscito a rendere il calore dell’intermezzo della Cavalleria.

Quello lo sento più volentieri dell’interpretazione di Von Karajan.

Aribert Reimann

Era prima della pandemia , mia sorella mi telefona da Firenze : al Maggio c’è un’opera strana , non so dirti se è bellissima , ma mi farebbe piacere se tu venissi a sentirla.

E aggiunse .: io ci ritorno volentieri con te.

Fu così che ascoltai per la prima volta Lear di Aribert Reimann e ne rimasi sconvolta , tanto che mi ripromisi di tornare a sentirla a Parigi l’autunno successivo o forse a Monaco  perché quella di Firenze era l’ultima replica e avevo il bisogno di entrare meglio nel mondo musicale di un autore che scoprivo solo così tardi.

Poi il Covid mi ha mangiato gli anni e le forze e quella è stata l’unica volta che ho potuto apprezzare la magia  e la sapienza compositiva di un autore che leggo averci lasciato proprio in questi giorni.

Non so se avrò ancora il tempo per ascoltare la sua musica , certo si tratta di un autore davvero importante e mi dispiace che non sia in cartellone in Italia con l’attenzione che meriterebbe .

Leggo molto di lui in questi giorni : omaggi da parte di molti teatri , soprattutto dal BSO con l’orgoglio di avere li rappresentato molte delle sue opere.

Una versione del Lear diversa da quella di Firenze l’ho vista su Classica , era da Monaco  ,ma francamente mi è sembrata decisamente meno bella di quella vista a Firenze : partiva da una solita strana “regietheater” ambientata in un museo e non mi ha dato nessuna emozione , come al solito l’opera la si deve vedere dal vivo.

Quello che mi aveva tanto colpita era rendermi conto che il suo Shakespeare era talmente scespiriano ma rendere la figura dolente del vecchio re anche più drammatica di quanto già non fosse nella grande tragedia .

Un capolavoro che nasce da un capolavoro.