Cronache napoletane , due

“Già i sacerdotoi adunasi “ comincia a cantare Luisa a colazione e io le faccio eco tutto il giorno,anche davanti alla bellissima mozzarella di bufala campana che mi concedo quando  la mia amica si regala la sua classicissima pizza Margherita in famosa pizzeria nella quale , in tempi normali devi avere una forte raccomandazione per entrare.

E i sacerdoti seguitano ad adunarsi quando con grande piacere e attraversando i pochi metri che ci separano da Piazza Plebiscito facciamo scorta ad una meravigliosa Maria come due zie orgogliose , anche perché abitiamo nello stesso residence.

Lei stasera è spettatrice , ma Lissner quando la vede non se la lascia sfuggire e le dà pure un grande abbraccio con bacio a favore di foto .

Parterre des Roi , in piazza –teatro c’è il pienone , c’è anche l’attesa dei grandi eventi , anche se molti si sono già goduti la prima di questa Aida stratosferica .

Che dire ? comincerò dalla musica e da Giuseppe Verdi che questo must lo scrisse nel fulgore della carriera e che rimase appiccicato all’Egitto e al Canale di Suez , perlomeno per me che arrivando tanti anni fa per la prima volta a Tebe mi venne da esclamare :effetto Aida.

Invece Aida è una grande musica di un grande dramma intimo , ma per capirlo ci vuole un grande direttore e questo lo avevo capito poi già tanti anni dopo.

Michele Mariotti la dirige alla grande e diventano preziose sotto la sua bacchetta anche le danze e le pagine più trionfali ; ha un gesto molto elegante come molto preziosa diventa tutta la sua direzione.

Aida è Anna Pirozzi e mi fa tenerezza il suo : ce la metterò tutta , quando l’ho salutata in piazza prima dell’entrata in scena .

Ce la mette tutta davvero , con la sua stupenda grande voce che si dispiega sicura , niente affatto intimidita da cotanto senno che la circonda.

L’Amneris di Anita ha una potenza di fuoco da sbalordire , bellissima e davvero regale nella sua bianca veste è quella principessa offesa del suo intimo , una belva ferita e una dolente creatura sconfitta nella sua invocazione finale.

Ottimo l’Amonasro di Claudio Sgura , l’unico che non dà neppure uno sguardo allo spartito davanti ,l’opera è data in forma di concerto , ma senza i palmizi e i negretti saltellanti si riescono a sentite meglio anche tutte le tensioni umane che la grande musica verdiana regala ai suoi personaggi rendendoli più reali del reale.

Lascio volutamente per ultimo il divo per eccellenza , per cui sono qui le schiere di adoranti ancelle , anche quelle indigene che se lo mangiano con gli occhi.

Il suo Radames rovescia tutte le impostazioni scontate del guerriero senza spessore  . E’ un uomo innamorato e sprovveduto che si riscatta con la dignità che il ruolo di comandante richiede e che il destino gli aveva concesso.

Il solito eroe sconfitto , è la sua cifra stilistica più vera e che lui  interpreta con  suo stile inconfondibile calandosi nel ruolo .

Stasera ha rinunciato alla giacca e ha fatto bene , probabilmente si è anche accordato con Sgura , ma i due uomini non hanno bisogno di altro che la voce per essere quello che i loro personaggi richiedono.

Tra le due rivali che se lo contendono quest’uomo indifeso riesce pure a dimostrarsi in tutta la gamma espressiva che il ruolo richiede : è fiero , innamorato , orgoglioso , ribelle fino al gesto uscendo di scena nel duettone con Amneris.

Infine è l’uomo sconfitto ( e tanto tanto sudato! ) quando la fatal pietra sopra lui si chiude , portandosi dietro la sua  adorata schiava Aida e non riescono neppure i mortaretti napoletani infernali a distrarci e a distrarlo nella stupenda scena finale con coro e Amneris invocante pietà.

Dopo spettcolo avevo una mission : aiutata da Maria cerco di avvicinarmi a Jonas e ci riesco : ho da dargli una foto con dedica , fatta a Londra alla fine del Fidelio il fatale 3 marzo, quando per me e poi dopo anche per lui calammo tutti nel baratro del Covid 19.

Avrei voluto che ci facesse sopra una delle sue classiche risate ma non avevo fatto il conto con le vestali che lo attorniavano gelose e soprattutto non avevo pensato che ben difficilmente avrei catturato una sua classica risata a trentadue denti  con indosso  la mascherina.

Alllora ho ripiegato sul programma di riserva e rifendendo la folla gli ho chiesto di farci il serfie d’ordinanza : quello gentilissimo me l’ha fatto , così io potrò dare seguito al mio ultimo piccolo libro con una seconda edizione riveduta e corretta.

Prima di andare via dal retropalco gremito la futura sposa che pare avesse anche trovato le scarpe per le nozze mi ha regalato i suoi confetti, auguri Roberta , spero proprio di ritrovarti presto a Napoli , magari anche con la borsa cocomero di Annuska!

La cenetta a tre in camera con Maria e Luisa dopo la spasmodica ricerca di un qualunque locale aperto a quell’ora e poi trovato a pochi metri dal nostro Hotel gestito da due gentilissimi giovani che stavano per chiudere , un take away perfetto, ha coronato la stupenda giornata .

Maria in pigiamino è ancora più bella e più ragazzina , ci facciamo quattro chiacchiere notturne e il cibo si è rivelato pure buono.

Per tutto il resto , come direbbe la pubblicità , c’è mastercard.

Cronache napoletane . primo giorno

Arriviamo in una pentola bollente , già fuori della stazione sembra di stare in una capsula arroventata.

Il taxi propone una scelta fra due  tariffe : molto fantasioso , scegliamo quella che ci sembra più tranquilla.

Motorini che schizzano da tutte le parti , confusione , vita.

Dopo mesi di atmosfera ridotta (ancora dalle mie parti si fa la fila uno per volta per entrare nei negozi) qui sembra che il Covid sia una delle tante ipotesi da interpretare , se non fosse che qualcuno porta la mascherina e che molti negozi , soprattutto le pizzerie e i ristoranti sono molto “ chiusi per ferie”.

Mancano vistosamente i turisti stranieri ,ma Napoli ha tutti i suoi colori , i suoi rumori , il suo caos festoso.

Delizioso residence in un antico palazzo nel centro storico , gestito con garbo da giovani ragazze premurose e gentili.

La prima gioia : il caffè scecherato al Gambrinus , inimitabile.

Il primo incontro è con Anita che si mangia un bel gelato , oggi non canta e ci propone di raggiungerla dopo il concerto , ma noi abbiamo già altri impegni.

Al mio complimento per il bellissimo vestito bianco che ha già indossato anche ad Atene mi dice che è stato Otari a pensarlo , evidentemente il ragazzo ha davvero tante doti , anche quella di essere uno stilista per caso.

Piazza Plebiscito si rivela una sede stupenda scenograficamente , l’emozione di rivivivere la musica dal vivo , i saluti con amici venuti da lontano , come sembra irreale quello che in realtà stiamo ancora vivendo.

Passano ben cinque aerei sulle nostre teste , siamo evidentemente proprio in rotta aeroportuale  ma lo li ho contati solo per la cronaca , in realtà Beethoven li batte e noi ascoltiamo la nostra musica ignorandoli bellamente .

Quando ill tramonto scolora nella notte il Maestro Jurai Valchuha alza la bacchetta e le note della Nona si diffondono nei nostri cuori,.

Arrivano i solisti : Maria bellissima come sempre con strepitoso nuovo abito azzurro , la sinfonia è come sempre troppo breve , i cantanti sono tutti italiani, bella scelta : oltre a Maria Agresta, Daniela Barcellona , Antonio Poli e  Roberto Tagliavini.

Cantano ovviamente l’Ode alla gioia di Schiller , raro non avere tedeschi a cantare.

Lo dico a Lissner e mi complimento con lui , ha privilegiato l’italiano anche nella bella conferenza stampa di presentazione dell’evento sul palcoscenico del San Carlo e non è una scelta casuale .

Me lo conferma sorridendo. La sua avventura napoletana nasce con una ben precisa impostazione culturale , a vedere l’inizio la considero una bella scelta vincente.

Il dopo teatro ci porta in una bellissima casa in un palazzo con vista sul golfo, siamo in alto e dal quinto piano la visione della luna sul “mare che luccica” vale la foto della mia fida compagna che poi ho condiviso sul mio diario.

La padrona di casa , gentilissima cura le relazioni stampa per Lissner è attenta e fa bene il suo lavoro  passando fra gli ospiti del buffet elegante sul terrazzo .

Incontro la cordiale signora proprietaria di un famoso albergo di Sorrento che mi invita a tornarci, oltre alla suite Caruso adesso c’è anche la suite Dalla.

Maria che aveva detto di volerci stare poco,poco , sorridente si arrende sul divano ( c’è chi ne ha contati sette nel salone!) .

Persone affabili , funzionarie del teatro tra cui una futura presto sposa che ha il solo cruccio di non avere ancora trovato le scarpe per la cerimonia.

Ce ne andiamo a malincuore , in piazza Trieste e Trento passeggia accaldato Michele Mariotti con amici , si era fatto la Nona in punta di sedia , lo avevo visto attento in maniera commovente.

Io crollo rientrando suggestivamente nel cortile storico dalla piccola porticina che si apre nel grande portone .

Alzando gli occhi su una targa all’angolo della strada avevo letto che alle fine del 700 in quel palazzo ci aveva abitato l’ambasciatore russo a Napoli , non si è capitali per caso.

La mattina poi ,passeggiando in Via Partenope ,avevo visto per terra ( ce ne sono diversi sparsi sui marciapiedi ) dei riquadri di vernice che recitano Apettami qui . Napoli è tutta un programma.

Siamo tutti europei

Oggi fa molto caldo , sono i giorni classici del segno del Leone , che sarebbe poi in realtà anche il mio segno , se non fosse che invecchiando sarebbe più saggio rifugiarsi in collina in certe giornate di calura.

Il caldo però non mi impedisce di pensare  e anche di riflettere su alcuni atteggiamenti diversi che ancora mi colpiscono nei diversi comportamenti di quelli che tutti insieme dovremmo definirci europei .

Per questo mi ha colpito una pubblicità su un giornale tedesco che reclamizza l’apprendimento veloce dell’italiano .

Non ci avrei mai creduto  e invece quell’amore per il paese dove gohetianamente “ fioriscono i limoni” fa sì che si possa leggere una pubblicità del genere su un giornale a tiratura popolare in Baviera .

Mi sono allora ricordata la frase “ I tedeschi ci amano ,ma non ci stimano mentre noi stimiamo i tedeschi ma non li amiamo.”

Forse , ma può essere solo una mia personalissima opinione , in questo senso sono sicura che l’essere tutti europei ci ha davvero avvicinati.

Diverso invece il discorso con i cosiddetti cugini d’Oltralpe , forse la strada è ancora lunga se si coglie spesso un certo atteggiamento di larvata superiorità nei nostri confronti , ma forse la colpa è delle regine medicee che li hanno dominati nei secoli passati , forse dei cardinali , forse dei pittori e dei musici che hanno brillato alle loro corti e forse anche un po’ di Napoleone , un corso che aveva il vizio della grandeur e una mamma toscana.

Capita così che a Napoli ci sia ancora un po’ troppa confusione , come se a Marsiglia regnasse una calma nordica, forse direttori d’orchestra italiani che dirigono al Met dove cantano anche cantanti italiane siano meno considerati per i raffinati gusti parigini. 

Pensare che ai miei tempi , davanti alla scelta giovanile dove andare in gita premio io abbia scelto Parigi , era la mia città del sogno e lo è rimasta tuttora , quando oramai i giovani il francese non lo studiano neppure più a scuola e le loro mete agognate sono Berlino e la Spagna ( e anche la perfida Albione che però dall’Europa si è sganciata e già ci piange).

Mia cara Europa , quanta strada dovrai ancora fare per levare la polvere del tempo dalle nostre impolverate incrostazioni!

Riflessione

Chissà perché , ma mentre ero in attesa che il Maestro alzasse la bacchetta in quel di Macerata per ascoltare dopo tanti mesi finalmente un’opera dal vivo mi è venuto in mente dove invece avrei dovuto essere in questi stessi giorni se…

…Monaco : Die tote Stadt, i Meistersinger e poi una bellissima trasferta in Spagna , per la prima volta a Peralada .

Tutto cancellato , ma mi è andata molto bene perlomeno finora : sono a casa mia e tra i miei cari c’è stato un solo lutto , ma era davvero tanto vecchio.

Però non ho potuto partecipare al funerale di un caro amico e so che alcune persone che hanno avuto il Covid ancora non stanno affatto bene.

Ho la fortuna , o direi che è opera del caso, di abitare in una parte d’Italia minimamente toccata dalla pandemia anche se qualcuno di casa è rimasto bloccato a Milano i lunghi mesi del lockdown .

Eppure proprio adesso sembra cadermi addosso tutto quello che ho cercato di evitare fino a ora.

Cerco di ragionare sapendo che la storia dell’umanità è stata attraversata da pestilenze e pandemie ma questa volta mi pare che il segno duro del cambio delle nostre vite sia più violento perché eravamo arrivati alla fine di un ciclo di benessere così grande e al contempo così drammaticamente pericoloso che questa fine in qualche modo ce la stavamo meritando davvero.

I cretini , più o meno negazionisti , non hanno capito  che stavolta non ci sarà possibile tornare indietro , con grande serenità i medici seri ci dicono che ci dobbiamo abituare a convivere con questi valori relativamente minimi di contagi e che quindi dobbiamo dimenticare tante cose sbagliate che facevano parte del nostro quotidiano probabilmente per molti anni a venire.

Mi riguarderà relativamente , penso però alle giovani generazioni : un pianeta avvelenato è quello che lasciamo loro in eredità , un benessere troppo diffuso che non potranno più vivere e per molti la fatica del lavoro sarà di nuovo da scoprire .

Lo faranno in quel meltig-pot che sarà la prospettiva futura della convivenza tra le diverse razze e questo potrà provocare disordini e tragedie , già se ne vedono i segni ovunque nel mondo stia arrivando questa onda di  paura.

Solo nella maggiore conoscenza , in un nuovo ordine culturale si potrà trovare la linea di difesa che porti ad annullare gli effetti nefasti del contingente .

Tutto questo ho pensato nei pochi minuti nei quali aspettavo di riprovare la gioia profonda che mi ha regalato per anni la libertà di correre per il mondo ad ascoltare la buona musica .

Un lampo di pessimismo , poi è arrivato il genio di Mozart  e la mia mente si è abbandonata alla serenità legata ad un passato che comunque resta nella mia memoria e che nessun Covid potrà  mai cancellare.

Un Don Giovanni notevole

Che fatica mettere in scena ai tempi del Covid un’opera così carica di sesso come quel capolavoro assoluto che è il Don Giovanni di Mozart!

Eppure a Macerata ci sono riusciti , grazie ad una serie di concomitanze professionali favorevoli e al tentativo ( riuscito) di vincere comunque una scommessa .

Eroici tutti , da l regista Livermore in stato di grazia al direttore Lanzillotta alle prese con un’orchestra dilatata nello spazio laddove serve la massima compattezza sonora , come dire con un vecchio proverbio toscano “il bisognino fa trottar la vecchia”.

 Si sono inventati un impianto scenico ridottissimo :solo due auto , un taxi giallo scassato sgommante e rumoroso quale luogo- ricetto di tutte le malefatte del libertino Don Giovanni e un Suv nero e minaccioso , la macchina del Boss con i suoi scagnozzi dalla quale esce un Commendatore stile Gomorra a regolare i conti con lo spavaldo seduttore , come dire che la morale di oggi fa i conti col potere nero del crimine organizzato .

Don Giovanni muore in scena all’inizio del dramma e tutto si svolge in un flashback ingegnosissimo dove hanno grande impatto le splendide proiezioni che il grande muro dell’arena rende anche più suggestive.

L’eroico mimo che resta cadavere per tutti i novanta minuti del primo atto nel gelo maceratese si chiama Lorenzo Venturini e merita un affettuoso applauso personale , anche perché è un ragazzo che ha cominciato a fare teatro con me , a scuola , tanti anni fa.

I costumi intelligenti giocano sul doppio binario dell’attualità mischiati a citazioni settecentesche eleganti in Donn’Anna , Don Ottavo e Donna Elvira , funzionali a mantenere quell’alone onirico necessario allo svolgersi del “Dramma giocoso mozartiano”.

La compagnia di canto , tutti giovanissimi e aggiungerei belli e bravi vedono nel già collaudato Mattia Olivieri un protagonista che vedemo presto nello stesso ruolo nei massimi teatri del mondo . 

Gli fa da contraltare un Leporello degno compare , giovane e scattante al quale si richiede anche una certa abilità nella guida che canta benissimo il suo ruolo comico , anche a lui ,Tommaso Barea , auguro una sicura e solida carriera internazionale.

Terzo eccellente il Don Ottavio di Giovanni Sala , una voce sicura e un timbro molto piacevole , notevole presenza e una certa abiità a cantare “ il mio tesoro” avvinghiato ad una sedia nel freddo polare maceratese.

Ottime le voci femminili , di sicuro livello professionale in cui non saprei scegliere tra il calore (e il colore )di Donn’Anna di Karen Gardeazabal , messicana con una carriera già consolidata e Valentina Mastrangelo , una ennesima grande promessa che viene da quella terra campana che ci sta regalando le grandi voci femminili , una Donn’Elvira perfetta anche dal lato recitativo.

Zerlina è Lavinia Bini e completa in terzetto femminile , si deve a lei anche la fuga in macchina come driver , oggi davvero alle cantanti si chiede di tutto!

Completano il cast davvero eccellente il boss / Commedatore Antonio Di Matteo e il Masetto tracagnotto fra tanti esili splilungoni di Davide Giangregorio .

Se devo trovare una minima pecca , più che altro una mia personale perplessità è la soluzione adottata per il festino finale ,ma mi rendo conto quanto sarebbe stata difficile una vera tavola con un vero banchetto.

Geniale invece l’uso delle mascherine quando nel finale le due coppie Donn’Anna-Don Ottavio e Zerlina –Masetto si allontanano nel taxi scassato , come rigorosamente richiesto dalle norme anti Covid le indossano salendo in macchina.

Questo mio articolo si riferisce alla replica del 24 luglio , laddove anche il vortice depressionario è stato sconfitto dall’ottimismo tanto che una fettina di luna si è affacciata consolatoria tra le nuvole nerissime della vigilia, come dire che la musica , la grande musica vince su tutto , anche sul clima avverso al tempo della pandemia.

La lirica a Napoli

Non c’è dubbio che Stephane Lissner abbia cominciato la sua avventura napoletana col botto.

Approfittando del vuoto totale ( o quasi ) di impegni musicali di grandi voci della lirica è riuscito a creare un evento davvero epocale.

Sicuramente favorito anche dall’attenzione “ concreta” del Governatore della Campania che non è un politico incolto ed è vicino alle elezioni nella sua Regione puntando alla riconferma , il buon Lissner ha sparato grosso e a Napoli in Piazza Plebiscito sentiremo forse il meglio assoluto di quello che offre il mercato in questo momento.

Personalmente arriverò alla fine , intanto abbiamo assistito ad una conferenza stampa in italiano per nove decimi ed è un fatto meraviglioso perché riporta la lirica ai suoi fasti partenopei di un tempo ( Barbaja gongolerà nella tomba!)

Un rischio però i cantanti tutti lo corrono … attenti al Babà. E ‘ un attimo prendersi tre chili in una settimana con la ottima cucina partenopea.

Manca in queste foto la mia carissima Maria Agresta , altra illustre campana che arriverà per la Nona ( motivo del mio ritardo) , insomma sarà per me una festa grande con Anna ( ricordi lontani maceratesi) , Anita ( e Oto) seguita anche in luoghi anche preziosi  negli anni , senza citare il dedicatario principe di tutte le mie cronache , insomma si preannuncia festa grande .

Senza dimenticare quel giovane pesarese ( Michele Mariotti ) che noi chiamavamo affettuosamente Mariottino quando il suo papà si inventava uno dei più prestigiosi festival musicali d’Europa , insomma ci sarà da commuoversi fra tanta parte delle mie conoscenze ( e anche amicizie) musicali.

Intanto domani , per riprendere il discorso musicale e rischiando un nubifragio vado a Macerata , Don Giovanni mi aspetta.

in memoriam

Ho avuto l’altissimo onore di conoscere personalmente Giulia Crespi , sono stata ospite dellla sua casa in Corso Venezia 20 , già salendo le scale si potevano ammirare i trofei di piante elegantemente messi  a decorazione semplice perché in quella casa niente voleva essere sfarzoso anche se i suoi fondi oro senesi mozzavano il fiato e i suoi Canaletto immensi ( più belli di quelli della Regina d’Inghilterra come mi disse sorridento Marco Magnifico ) erano lì a dimostrare la grande ricchezza solida lombarda ,ma soprattutto la grande raffinatezza libera da ostentazione.

Ero una semplice delegata FAI, incantata dalla boiserie dell’office che portava in cucina , il pranzo frugalissimo tra  l’indifferenza dei vecchi cani di casa che circolavano tranquillamente tra le gambe degli ospiti riguardosi.

Una signorilità antica e diffusa che contrastava con la volontà d’acciaio della signora che sognava un ‘Italia più bella , un paese che ritrovasse i suoi valori più importanti nei suoi beni diffusi , molti dei quali da recuperare e proteggere.

Una volta , eravamo a Napoli per una tre giorni straordinaria in cui ho visto cose che forse mai avrei potuto vedere come semplice turista , lei mi dette un passaggio dall’albergo fino al luogo del convegno . Chiedendomi ( forse per la decima volta ) la mia provenienza mi  ripetè con dolcezza : ah, le Marche ! prima o poi ci devo venire .

Non ci è venuta , aveva troppo da fare nella sua amata Toscana e nel rincorrere quel suo sogno di bellezza diffusa che è stata la ragione del suo impegno negli ultimi anni della sua lunga vita .

Aveva in casa delle deliziose foto dei nipoti in fila , si capiva il suo forte senso della famiglia e non le è stato neppure risparmiato il dolore di perdere un figlio contravvenendo l’ordine naturale delle cose  , un dolore innaturale che anch’io ben conosco.

Se ne è andata sull’onda di questo virus che sta segnando la fine di molte cose , probabilmente di una intera epoca dai molti errori e da poche speranze positive : mi piacerebbe che in sua memoria il FAI restasse quel piccolo faro di positività che era quando lei lo ha creato , un segno di   cultura per il quale si è battuta come un leone anche contro la politica miope di quanti la elogiavano ,facendo finta di ascoltarla e seguitando a distruggere il bene prezioso e primario del nostro paese :la bellezza.

Ancora e sempre Kaufmann

Ho riflettuto un giorno e riascoltato più volte il concerto che inaugurava la lunga serie di performance prestigiose del Metropolitan.

Ovviamente in  maniera commercialmente furba sono partiti dal più importante e  più seguito dei partecipanti all’impresa cosicchè  Jonas Kaufmann ha potuto dare l’ennesima lezione di stile europeo al grande apparato mediatico americano.

Come ha colto con animo sensibile una raffinata commentatrice francese la splendida Abbazia di Polling non legava per niente con il contesto musicale , impercettible slittamento stilistico che però alla fine finiva per esaltarne il programma , per contrasto.

Kaufmann mi ha ricordato un acrobata capace di esibirsi senza rete negli esercizi più pericolosi , solo la sua preparazione di ferro e la sua germanica freddezza ( intercalata dai sorrisi fuori campo nei momenti di riposo che si vedevano nei monitor accesi dietro la trionfalistica presentazione dei suoi mille volti di  scena)  ha potuto reggere le dodici arie difficili e acrobaticamente rischiose cantate quasi di fila .

Hanno colpito di più le arie meno “ consumate” dalla sua partecipazione in scena degli amati personaggi , certo che La solita storia del pastore l’aveva cantata nel 2010 in un concerto di arie al Gastaig e poi non è che fosse sempre in scaletta , ma io sapevo bene come l’avrebbe affrontata senza paura . Forse la sua caratteristica principale è la sicurezza con cui arriva in suplesse agli acuti micidiali che potrebbero terrorizzare i suoi colleghi ( e spesso questo in altri si coglie).

Ovviamente qualche piccola sbavatura “umana” anche lui che l’ha regalata  ,ma forse è proprio quello che più ce lo fa amare : butta sempre il cuore aldilà dell’ostacolo e se alla fine la voce sul Vincerò era un po’ stanca era sempre la conclusione di un’aria rinnovata nel senso del racconto laddove infatti alla frigida Turandot lui riesce a minacciare un amore che scioglie e che vince sempre e comunque sulla potenza inutile di una virilità ostentata.

Preziosa come sempre la sua complicità con quello che fu suo maestro e adesso e qualcosa di più , un partner tanto prezioso quanto è prezioso l’accompagnamento per piano solo di arie che Deutch ci restituisce come un pieno d’orchestra addirittura virtuosistico. 

Ah , la maledizione!

Doverosamente s’ha da parlare del Rigoletto romano , visto che ne parlano tutti e datosi la possibilità di avere uno spazio personale mi cimento all’impresa.

L’idea della trasposizione è ormai così scontata che sicuramente non fa notizia : il cadavere di Gilda nel cofano della macchina lo abbiamo già visto al Met , mi pare or son dieci anni !

L’ambientazione malavitosa pure , dai gangster di Chicago alla Magliana il passo è breve.

Semmi era molto più originale quella nel circo di Aix en Provence , che poi anche quella in Italia l’hanno copiata( e male).

Ma entro nel merito partendo doverosamente dalla direzione musicale : a Daniele Gatti viene spesso rimproverata la dilatazione  dei tempi : questa volta si è sfogato , ma così concitata  e veloce  la lettura del capolavoro verdiano ci guadagna eccome.

Le voci : Frontali non è ovviamente Salsi , ma la sua figura ( magari più nelle mezzevoci ) la fa , davvero sorprendende la Feola , purissima e sicura è sicuramente la migliore in scena: del povero Duca che dire ? se ne è andato su una mezza stecca ..e di pensier! ma non lo ha rilevato nessuno.

Martina Belli è veramente strepitosa , ma chi aveva mai dubitato della bella presenza della sua Maddalena .Bene tutti gli altri , ruoli interpretati molte volte , le voci sicure , niente da eccepire.

La regia : Michieletto non ha fatto altro che allargare lo spazio , chi è abituato a Macerata sa che non ci vuole molto a distanziare i cantanti e l’uso delle retroproiezioni ormai è talmente usato ( e abusato ) da non fare neanche più notizia . Il suo momento originale è stato sul finale : la Gilda in abito da sposa che finisce sui fiori della figlia di Monterone ( la deflorata prima ) è il momento migliore di una regia che nell’insieme oserei dire banale.

Qualche dubbio sui costumi , se così li vogliamo chiamare :per esempio perché il Duca deve portare sempre i guanti neri ? forse per non lasciare le impronte ? Ne dubito , anche perché non mi sembra proprio il caso di andarlo a ricercare.

Fastidiosissimi i cameraman sempre tra i piedi ( e non mi si dica per richiamare l’invadenza della stampa televisiva ) , al Met fanno meglio e per certi primi piani sarebbe bastato un Iphone.

Gli orchestrali a livello palcoscenico , ma credo sarebbe stato impossibile scavare una buca dalle parti del Circo Massimo , levano quel poco di incanto  credibile che comunque verrebbe richiesto ad una messinscena che mira ad essere del tutto realistica.

Un’ ultima notazione circa la cronaca televisiva : senza niente levare ai due commentatori ,mi piacerebbe suggerire alla RAI di guardare una volta la solida conduttrice dei programmi musicali austriaci : si chiama Barbara Rett e non si sviene dall’emozione ogni volta dicendoci che il nostro spettacolo è unico e irripetibile e se c’è il Presidente della Repubblica presente basta dirlo una volta perché non siamo tutti rimbecilliti.

Non lamentiamoci troppo : questa è la lirica al tempo del Covid : o si fanno gli spezzatini/concertoni  o si canta all’aperto ripetendo fino alla noia il noto icastico pensiero di Toscanini , ma ormai nessuno più gioca neppure alle bocce .

Rivedere Pinocchio

Quante volte abbiamo riflettuto sulla difficoltà di portare sullo schermo senza tradirlo un capolavoro della letteratura ?

Molte volte e spesso si è arrivati alla conclusione che la migliore forma di fedeltà sia il tradimento , infatti Cuore di tenebra di Conrad è diventato un classico della rielaborazione con il film Apocalypse Now.

Ho visto l’ennesimo rifacimento di un capolavoro assoluto della letteratura mondiale : Pinocchio , un libro nato per caso , opera di un giornalista fiorentino che rispondeva al nome di Carlo Lorenzini , ma che tutto il mondo conosce come Collodi.

Il film di Matteo Garrone , ben diversamente ispirato in alcuni suoi film notevoli , ha malamente interrotto la sua ottima filmografia con un film sbagliato che non esito a definire decisamente brutto.

Pinocchio è stato il libro su cui ho imparato a leggere , ancora potrei recitare come una filastrocca le prime pagine , ma non è un libro per bambini soltanto , è un grande romanzo di formazione ,l’amara metafora di una vita sbagliata che trova in un atto di coraggio il motivo di ricomprarsi da un intero e lungo percorso di errori.

Mi arrabbiavo tanto da bambina quando vedevo Pinocchio ricascare nelle sue tentazioni e in quel modo mi si avviava senza tante prediche a capire il senso dell’errore , l’unica cosa che mi interessava non era la sua voglia di diventare un bambino , ma quella di trovare finalmente l’approvazione della mamma Fatina .

Quel Giona che uscendo dalla Balena riporta Geppetto sulle spalle a riva è il momento della redenzione , quello nella sua semplicità universale è il momento che ogni bambino capisce .

Collodi non faceva la predica , ti insegnava la vita e tutte le sue tentazioni.

Garrone a mio avviso non ha capito nulla e il suo raffinato iperrealismo da dagherrotipo toscano non riscatta tutte le pesanti e grottesche maschere degli irreali personaggi fantastici che popolano il libro.

Si riscatta solo Benigni , finalmente azzeccato nel suo ruolo di Geppetto , anche se non arriva a eguagliare il fantastico Geppetto -Manfredi dello stupendo Pinocchio televisivo di Comencini, quello sì un perfetto esempio di trascrizione, ma Comencini sapeva fare film con i bambini e il suo Pinocchio bambino toscano con il suo intercalare : I’mmi babbo falegname-povero, era un capolavoro di tenerezza.

Un ‘ultima nota stonata : Lucignolo grassottello bambino che parla il romanesco televisivo in voga , una scivolata sull’altra , forse si arriva addirittura a rimpiangere il Pinocchio di Walt Disney.

il bengalese e le rose

Proprio quando stavo per chiudere il pc pensando tristemente alle mie estati passate , piene di viaggi e di musica , a questa estate strana in cui vivo il fiorire e lo sfiorire delle rose nel mio piccolo giardino , un’estate di poche belle notizie e durante la quale il mio blog ogni tanto protesta come se fosse dotato di una vita propria : è un po’ di tempo che non dai tue notizie , scrive proprio così il database che mi controlla , ho visto una notizia tanto triste su Fb e ho pensato che non potessi stare zitta davanti ad un episodio tanto minimo e tanto altrettanto crudele .

Un povero bengalese , quelli che ci infastidiscono vendendo le rose mentre te ne stai tranquillamente in compagnia a mangiare la tua pizza , ebbenne quel pover’uomo è stato insultato da due ragazzi cosiddetti normali , picchiato e poi scaraventato nel Naviglio.

E’ successo ieri sera a Milano , l’uomo di 55 anni vendeva le rose a un Euro , certamente per mantenere la sua famiglia , i giovani stavano bevendo il loro drink probabilmente da dieci Euro.

Mi domando , quale malessere sociale , quale mancanza di umanità così profondamente radicata può spingere delle persone a fare un gesto così violento e inutile?

Quanta mancanza di umanità abbiamo inculcato nelle menti di giovani perbene da far scattare nella loro testa una così violenta e gratuita forma di razzismo , oltretutto doppiamente vile perché fatta ai danni di un povero indifeso colpevole solo di appartenere ad un paese remoto e tanto miserabile da spingere i suoi figli tanto lontano oltretutto in questo momento anche colpevolizzati da una pesante ondata di connazionali infettati dal coronavirus

Dagli all’untore ! devono avere pensato i giovani beneducati che in questo momento , magari non volendosi neanche mettere una mascherina perché fa caldo e la considerano una precauzione inutile , si sono scatenati contro chi niente poteva contro la loro violenta bravata .

La foto che ho visto mi ha fatto davvero male , tempi molto duri ci aspettano e non dobbiamo illuderci che le cose si aggiustino in poco tempo.

Il virus c’è ancora ed è forte ma più forte è l’odio che cova degli animi dei nostri giovani , se questo è quello che siamo riusciti a seminare nelle loro menti.

Non so come sia finita la storia , chi l’ha segnalata appartiente al Movimento delle Sardine , ringrazio e diffondo la storia , certi segnali d’imbarbarimento non possono passare sotto silenzio.

Riascoltando Morricone

Non mi piacevano gli “ spaghetti Western” e quindi non li andavo a vedere. Solo il primo , una eccezione con i miei figli in un giorno strano , perché pioveva tanto e a Firenze e Venezia fu la grande alluvione.

Era Per un pugno di dollari , 4 novembre 1966, cinema Alhambra , Ancona. 

Poi per tanti anni , evitando accuratamente il genere non mi accorsi delle formidabili colonne sonore di quei film .

Tanti anni dopo andai a vedere un film bellissimo : Mission e quella volta mi accorsi della meraviglia della colonna sonora . 

Da quel giorno feci attenzione quando nei titoli di testa leggevo il nome di Ennio Morricone perché ne avevo imparato a riconoscere lo stile artigianale ma perfetto con cui accompagnava le immagini , mai un suono fuori posto e spesso anche attraverso invenzioni musicali spurie abbelliva film che magari di per sé belli non lo erano davvero.

Nel tempo poi si è arrivati alla consacrazione di questo musicista italiano che senza perdere mai quella specie di understatement  tutto romano , non saprei definirlo diversamente ,passava gloriosamente di successo in successo fino alla consacrazione di ben due premi Oscar.

Lunedì era tutto un susseguirsi di pellicole “in memoriam” e un po’ per pigrizia e un po’ per curiosità ho visto uno di quei Western tanto disdegnati nella mia verde età e mi sono messa ad ascoltare con attenzione : devo fare una clamorosa ammenda , le musiche erano bellissime anche in quei film che poi nel tempo saranno così cari a Quentin Tarantino e un grandissimo merito , senza niente levare alla maestria di Sergio Leone , era dovuto alle colonne sonore che vale la pena di ascoltare tutte , non fosse altro per la ricchezza e la felicità inventiva che contengono.

Adesso che il Maestro Morricone ci ha lasciati sarò più attenta quando a Santa Cecilia o in qualsiasi altro Auditorium nel mondo riproporranno le sue musiche , bisogna ascoltarle sottraendole alle immagini , non ci perdono neanche una virgola.