Vittoria della minestra

In questo tristissimo tempo di guerra come il baleno di un sorriso arriva una notizia lieve : l’Ucraina ha vinto la battaglia del Borscht.

Sembrerebbe una frivolezza , in realtà è una sottile vendetta culturale perché la giuria internazionale che doveva decidere se il famoso piatto tradizionale fosse russo o ucraino ha deciso che  la storia russa nascendo in realtà dalla grande Kiev dovevasi attribuire all’Ucraina la progenitura del sollodato piatto tipico.

Devo dire , obbiettivamente che avendolo dovuto assaggiare durante il mio antico viaggio in quelle terre lontane non ne serbo un gran ricordo.

Odiando le barbabietole e la panna acida non è che il connubbio fosse per me fonte di delizia del palato.

Oggi però la notizia mi ha riempito di allegria e mi riserbo magari di dare al mitico piatto a suo tempo orripilato una prova d’appello : hai visto mai che alla luce di tutte le sacrosante rivedicazioni  ucraine firirebbe per piacermi anche l’esotica aborrita minestra ?

Si dice che i gusti cambiano ogni sette anni , dal tempo in cui mi ritrovai a mangiare il borscht di anni ne sono passati due o tre volte sette , giusto in tempo per dare una prova d’appello alla minestra che adesso so di essere ufficialmente ucraina.

Addio a un maestro

Non avrei mai conosciuto un antico poema indiano se non ci fosse stato un mago della scena che si chiamava Peter Brook : il suo Mahabharata , quante ore costretti nel silenzio di partecipanti alla lunga saga ( e un ricordo qui va anche a Vittorio Mezzogiorno ) un  italiano che eccettò la sfida partecipando alla kermesse , un modo totale di fare teatro che non ha più eredi sulla scena di oggi.

Poi il suo Marat- Sade , uno spettacolo e poi un film , una sconvolgente messinscena , indimenticale quel manicomio di Charenton.

Qualche volta mi domando se sia solo la pigrizia che non mi fa più andare a teatro oppure la sensazione di noia che mi prende perché mi sembra di avere già visto tutto , perché salvo rare preziose eccezioni il teatro oggi non riesce più a darmi quel senso di partecipazione totale , quel coinvolgimento dell’essere tutt’uno con lo spettacolo che mi davano gli spettacoli una volta.

Forse solo la gioia di avere fatto teatro classico con i ragazzi , la meraviglia di un coro greco , un teatro povero fatto con poche sedie e tanto entusiasmo : tutto questo forse per avere visto in un tempo lontano qualche spettacolo di quel mago della scena che è stato Peter Brook .  

In fondo credo che la magia irripetibile del teatro consista proprio nel ricreare l’attimo nel quale si vive insieme il palpito dela vita vera , quella che solo la scena riesce a ricreare.

Una canzone

Luglio , col bene che ti voglio , vedra’ non finirà…..ho cominciato a canticchiare stamattina e piano piano mi è tornato il mente un mondo lontano : il’68 che è stato  tante cose per tutti e per ciascuno di noi anche tanto altro.

Piano piano ho ritrovato i versi piani e gentili nella mia testa , poi il nome del cantante : si chiamava Riccardo Del Turco ed era , forse , anche parente di una  mia compagna di scuola .

Una buffa e simpatica biondina che riemerge nei miei ricordi fiorentini lontani insieme alle note della canzone , il testo ( poi oggi si fanno delle rapide ricerche su tutto ) è di Bigazzi , uno che decisamente ci sapeva fare con le parole.

Una televisione in bianco e nero , una fetta di vita lontana e un ritornello che torna puntualmente ogni anno.

Si apre questo luglio caldissimo con il refrain che sa di cose lontane, chissà perché mi sembra di ricordare che fosse un tempo più garbato , forse faceva meno caldo.

Del Turco , cognato di Endrigo , il mondo delle canzoni dai versi che avevano un senso , roba di un altro mondo :

Luglio, ho tanto freddo al cuore…….

Altri tempi

Nellla preistoria dell’automobile c’era una tecnica misteriosa che bisognava imparare per cambiare le marce , soprattutto per scalarle e questa operazione complicata si chiamava “ la doppia debragliata.”

Bisognava impararla , specialmente se si doveva guidare la mitica  Fiat 500 e consisteva in una piccola serie di movimenti sincronizzati tra il volante e il pedale della frizione.

Quando poi l’avevi imparata ti sentivi pilota di Formula Uno e affrontavi tornati e curve sulle strade impolverate con vera maestria.

La macchina era piccola  ma aveva in proporzione un volante grandissimo e poi c’erano le porte che si aprivano verso il davanti per cui la vera signora doveva imparare a uscire con rotazione totale del corpo tenendo le gambe ben unite , anche questa una speciale tecnica onde non sembrare come quelle signorine un po’ chiacchierate che non facevano il gesto elegante e che si dedicavano ad un antico mestiere.

Poi arrivarono le porte antivento , il volante divenne sempre più piccolo e soprattutto le marce furono sincronizzate  per cui la ragazza emanicipata che fu e che sapeva guidare come un camionista perse un po’ della sua aura sportvo-elegante.

Tra un po’  ci saranno macchine che si pilotano da sole e che non faranno correre i rischi relativi alla figuraccia di grattare sul cambio come succedeva con grande onta in tempi lontani  nei quali si poteva avere da parte dell’istruttore di guida un consiglio :
quando devi cambiare fai anche un bel colpo di tosse , tanto così per fare e soprattutto per coprire l’orrendo urlo del cambio di chi non aveva proprio la sensibilità necessaria a superare il test della “doppia deragliata”.

Valla un po’ a raccontare oggi una storia di questo  tipo , praticamente sei guardata come se venisse direttamente  dal pleistocene !

La commedia è finita

Il Covid non è finito  nonostante i  miei ripetuti richiami ( ho detto che per quanto mi riguarda posso emulare anche Beethoven e arrivare anche alla nona ) ho schiavato tutte le varianti e sottovarianti tanto che fino ad ora sono riuscita a evitare il virus.

Ma il Covid colpisce ancora , indirettamente e forse anche psicologicamente, anche me.

Ho deciso di non andare a Londra , buttando via un bel po’ di soldi ma la rinuncia , complice anche la confusione dei voli , i disagi che comunque comportano i medesimi e soprattutto le connessioni a rischio , il caldo che magari tra venti giorni sarà meno atroce , ho cancellato il breve programma estivo che mi ero concessa.

Doveva essere l’evento più importante dells stagione del ROH , è diventata una specie di Waterloo: prima la dolorosa sostituzione di Anita poi un Canio , anche se rispettabilissimo , che non avrà mai per me quel    violento impatto che provai a Salisburgo in quel mitico Festival di Pasqa del 2015.

Anche se sono certa che non si ripete mai una emozione così forte avevo sperato in un altro miracolo interpretativo di Kaufmann , lui è sempre capace di reinventarsi ( anche il Turiddu del SanCarlo ne  era stata  la conferma) , ma soprattutto i Pagliacci dovevano essere la punta di diamante della stagione londinese.

Passo al programma d’autunno , con molta tristezza e sperando che nel frattempo il virus non si inventi un’altra variante  che mi impedisca gli ultimi sprazzi di vita musicale che mi potrò concedere.

Dove sta Zaza


Alla fine della visione di Zazà di Ruggero Leoncavallo sul Canale Classica , canale 126 di Sky , mi sono chiesta perché nel nostro belpaese in cui non si esce mai dal seminato di Tosche e Rigoletti avessi dovuto aspettare che una bella opera del Novecento verista mi venisse offerta , devo dire in maniera splendida,da un teatro viennese.
Il Theater an der Wien di Vienna è un teatro vecchiotto e non ha il lustro dello Staadsoper ,ma le sue messinscene sono molto interessanti e spesso niente affatto banali.
In questo caso per me si è trattato di una vera scoperta anche perché non avevo mai avuto occasione di vedere l’opera in nessun teatro italiano nella mia lunga vita di frequentatrice melomane.
All’An der Wien hanno chiamato uno dei registi a mio avviso più interessanti attualmente in attività : Christof Loy.
Avevo visto da poco la sua splendida Salome da Helsinki e ne avevo apprezzato la preziosa eleganza e la sua rara qualità di far “recitare “ ogni cantante o comparsa in scena-
Niente è lasciato alla sciatteria dei coristi nostrani che se escono un momento dall’inquadratura li vedi persi nei loro pensieri lontani , qui tutti , dico veramente tutti ,sono sempre veramente in parte.
Ovviamente la qualità d’insieme è enormemente più realistica e il risultato finale è di preziosa fattura.
La compagnia di canto all’altezza : ho riconosciuto Nikolai Schukoff e Christopher Maltman , non conoscevo Sveltana Aksenova nel ruolo del titolo , ma l’ho trovata veramente perfetta.
Orchestra della ORF , scene semplici e funzionali , evviva il teatro fatto bene!
Dell’opera che dire ? Ci sono alcune bellissime pagine , si riconosce lo slancio delle pagine che ritroveremo nei Pagliacci , solo forse la debolezza sta nel testo ; per un’opera verista le tinte sono decisamente delicate , una storia di psicologie semplici e di valori lontani.
La rinuncia di Zazà non ha le tinte forti del periodo verista e forse sta in questo la mancanza di un vero successo nel tempo.
Comunque ho letto che al debutto sul podio c’era un giovane di sicuro avvenire : Arturo Toscanini .
Sarebbe troppo sperare che in questo nostro convenzionalissimo panorama qualche direttore artistico trovasse la fantasia di riproporla?

Rimini d’antan

Mi è capitato spesso di raccontare quanto può essere piacevole “rileggere” un libro letto tanti anni prima e di ritrovarci , o meglio trovarci molti contenuti che mi erano sfuggiti alla prima lettura .

Questa volta invece voglio parlare del “rivedere “ un film che a suo tempo mi piacque ma che a una rivisitazione assume tanti nuovi motivi per essere considerato un capolavoro .

La prima notte di quiete di Valerio Zurlini , anno 1972 , oltre a riportarmi ad un mondo lontano nel quale le macchine , molto più rade e rombanti , arrivavano nelle piazze deserte italiane , dove tutti fumavano continuamente , dove la giovane protagonista era vestita esattamente come mi vestivo io ( minigonna , stivali alla coscia e giaccone di montone ) mi ha riportato ad una Rimini invernale , alle nebbie della statale 16 Adriatica, al porto canale deserto.

Un Alain Delon strepitoso nel suo cappotto di cammello che non si leva quasi mai contornato da uno stuolo di attori strepitosi tra i quali spicca un Giancarlo Giannini giovanissimo , Renato Salvadori, e con camei preziosi di Salvo Randone, Alida Valli e Lea Massari .

Un film colto , nel quale le citazioni letterarie e visive sono tutte perfettamente utili al racconto della storia , non una sbavatura né un errore : la corsa in Ferrrari ci porta verso Ancona , alla Villa Favorita ( oggi sommersa dalla speculazione edilizia della Baraccola sud e sede dell’ISTAO ) con la battuta : andavamo a fare il bagno a Santa Maria di Portonovo …quando non c’era l’assalto estivo alla baia.

Lo stesso titolo del film ci riporta ad un verso di una poesia di Goethe , e poi Stendhal nel nome della protagonista con il libro regalato in  francese , tutto perfetto e coerente.

Il film è stato restaurato dalla Cineteca di Bologna nel 2020 , un regalo per chi voglia rivederlo in ottima qualità di pellicola.

La colonna sonora con gli assoli laceranto di tromba Jazz che aprono e chiudono le inquadrature di quel mare Adriatico livido invernale , la canzone della Vanoni  ( è uno di quei giorni in cui..) nella splendida inquadratura del nigth , lo skyline di Rimini col grattacelo , tutto poi documentato e ricercato dai cinephiles che ne hanno ripercorso le location perfette .

Su tutti spicca Alain Delon , già molto Melville , romantico e maledetto , in una recensione ho letto che non gli piaceva il finale , lo voleva diverso e ne aveva discusso con Zurlini concludendo poi : spero che le venga un bel film.

Direi che c’era riuscito perfettamente.

Una lotta vana

Furono gli anni del boom economico , quella che era una scarpata selvaggia fu lottizzata e come funghi ci sorsero ville e villette i cui proprietari per l’inesorabile legge del tempo piano piano lasciarono questo mondo gratificando gli eredi del capitale delle loro amate dimore delle quali i suddetti eredi se ne disfecero volentieri , le loro vite diverse , le loro case tanto più piccole , il valore delle vecchie ville attirò i nuovi abbienti che ovviamente avviarono più o meno cruenti lavori di ristrutturazione .

Come un vecchio sopravvissuto nella sua capanna mi ritrovo circondata da cantieri rumorosissimi : di lato e di sopra un rumore infernale al quale impossibile sottrarsi con l’afa . Caldo e polvere, betoniere a gogo, urla di operai ovviamente extra tutto , comprese le elementari norme di sicurezza .

Una feroce nostalgia del silenzio dei giorni incantati del lookdown quando si sentivano cinguettare gli uccelli del parco , sguittire gli scoiattoli , tubare i colombi.

Una bellissima frase sul silenzio , sulla musica che è l’eccedenza dal silenzio mi ronza in testa .

Nella disperazione di un pomeriggio infuocato scorro tra i miei libri e nella mia memoria ed ecco ho ritrovata la magica frase : 

è di Marguerite Yourcenar , la rileggo nella speranza che nella bellezza di un pensiero “alto” possa in qualche modo staccare la spina all’infernale babele sonora che mi circonda :

Ho sempre pensato che la musica dovrebbe essere soltanto silenzio , il mistero del silenzio che cerca di esprimersi.

Guarda per esempio una fontana ….mi è sempre sembrato che la musica non dovrebbe essere che l’eccedenza di un grande silenzio-

 La frase è tratta da Alexis , un piccolo gioiello che ha un sottotitolo che  con tutte le dovute differenze si adatta a a me in questo momento : il trattato della lotta vana.

La mia lotta vana contro l’infernale rumore che mi circonda non riesce ad coprirsi con l’ascolto della musica , non si somma l’incanto all’inferno delle gru e delle ristrutturazioni .

Particolare inquietante : abitiamo all’interno di un parco naturale dovre sarebbero vietate la costruzione di piscine : ebbene ,non so bene in base a quale deroga , qui di piscine se he fanno addirittura due.

Un albero

Quando tanti anni fa in quella che sarebbe diventata la nostra casa ci inventammo un piccolo giardino  nella parte verso la cucina si decise di fare una specie di backgarden e ci piantammo due alberi : un fico e un prugno.

Il fico crebbe troppo in pochi anni e alla fine anche se i frutti erano dolcissimi per non restare tutto il giorno con la luce accesa in cucina decisi di tagliarlo anche se mio marito si offese molto per la mia drastica decisione.

Migliore sorte ebbe il susino : i primi anni faceva tantissimi frutti e addirittura ci facevo la marmellata di prugne , ma gli anni passano e un albero da frutta esposto al vento di mare e alla bora smise di fare frutti , sempre più storto e rinsecchito fui costretta a farlo tagliare , ormai la sua vita era finita e io che ero già tanto triste in quel periodo in cui ero rimasta sola lo piansi come se la sua fine segnasse anche lui qualcosa di me che finiva per sempre.

Fu allora che leggendo una biografia di Lutero trovai una frase bellissima che tradotta suona più o meno così : anche se sapessi che domani il mondo finisse io oggi pianterei lo stesso un nuovo albero di mele.

Fu così che comprai un mini albero di albicocche , alto più o meno come me e tra molti stenti : un anno si e uno no , mi ha regalato un pugno di frutti dorati piccoli e dolcissimi.

Oggi sono andata nel mio mini orto e ho visto un frutto per terra : ho capito che dovevo sbrigarmi a raccoglierli tutti anche perché quest’anno le albicocche mi sembrano veramente tante !

Col caldo allucinante e l’aria pesante ho fatto il mio raccolto straordinario , sudata e contenta ho anche fotografato la magia dei miei frutti : sono ben 47  

Per i colti trascrivo la stupenda frase di Lutero , il raccolto del mio alberello mi sembra la risposta a tutte le brutte vicende del mondo e una speranza che magari non ci sarò più io, ma di chi verrà a raccogliere i frutti in futuro.

Wenn ich wüste dass die Welt morgen untegeht, so würde ich doch heute noch einen jungen Apfelbaum pflanzen.

Un bellissimo ricordo

Certi momenti si portano dietro qualcosa di complicato infatti quando il Comune di Ancona con la Fondazione del Teatro delle Muse  avevano organizzato la cerimonia di consegna del Premio Corelli a Jonas  Kaufmann avevano ovviamente provveduto anche alla ripresa video che però non è stato possibile mettere in rete così presto come io avevo sperato si potesse fare .

Per fortuna alla fine , superati i burocraticismi e con il valido aiuto dell’amatissimo direttore artistico Vincenzo De Vivo oggi , il giorno più lungo dell’anno e , non a caso forse , festa della musica  il video è stato pubblicato.

E’ stata una serata piacevolissima , tutti sappiamo quanto sia intelligente Jonas e quanto gli piace parlare , seppoi è intervistato da un sapiente e garbatissimo Alberto Mattioli il risultato è davvero piacevole.

Purtroppo l’audio è un po’ basso , ma il contenuto vale la fatica di tendere l’orecchio.

Comunque quello che conta è che il ricordo sia finalmente in rete sul sito della Fondazione.

Avevo un sogno , in parte realizzato .

Quando il giorno dopo Kaufmann ha fatto la visita al teatro e ha visto il famoso sipario di Trubbiani mi è sembrato che ne fosse rimasto davvero colpito.

Dall’alto della seconda galleria ha pure provato la voce … che correva benissimo.

Chissà se un giorno potrà tra i  mille impegni trovare lo spazio per far risuonare la sua voce anche tra quelle mura .

In fondo seguitare a sognare si può, perlomeno questo non costa nulla!

Un gioiello inglese

Forse è una storia per vecchie signore , non credo di essere neutrale sull’argomento ma ho chiuso l’ultima pagina di un libro con dispiacere , non mi capitava da tanto .

Una piccola premessa : devo la segnalazione ad un elegante e spiritoso articolo di Natalia Aspesi nel quale lei parlava con il solito garbato stile elegante del giubileo della regina Elisabetta.

( chissà se la grande giornalista si ricorda di un nostro incontro a Villa Panza di Biumo : era per me il tempo del FAI e la nostra conversazione fu la cosa più bella di quel breve incontro).

Torno all’articolo nel quale l’autrice cita un romanzo di Vita Sackville-West , lo definisce “bellissimo” e poi ha un titolo che tocca tutte le mie corde di diversamente giovane : Ogni passione spenta.

Non lo ordino sul web , mi sarebbe arrivato il giorno dopo ma preferisco andare il libreria e ordinarlo così l’attesa dell’arrivo sarà un tempo di piacevole gioia , ce ne regaliamo così poche ormai!

Ovviamente quando l’ho avuto in mano con l’elegante mazzo di fiori in copertina me lo sono accarezzato di gusto e poi appena cominciato a leggere me lo sono divorato ,ahimè, in troppo poco tempo.

La storia di Lady Sloan che resta vedova a ottantotto anni di un importante marito che lei ha seguito nella lunga brillante carriera di ambasciatore , vicerè , ministro e che nello stupore dei suoi numerosi e terribili figli scompiglia ogni attesa e dolcemente si concede un’ultima vacanza di vita diversa è un messaggio dolcissimo sulla libertà inattesa che regala la vecchiaia.

Un libro che nasce in quel circolo di Bloomsbury , in quel tempo di scritture eleganti che affondano le radici nella grande tradizione letteraria femminile inglese, Wirgina Wolf è dietro l’angolo.

A chi , vecchia signora o no ,leggerà il libro auguro comunque il godimento di una elegente lettura.

Trintignant

Se ne vanno ad uno ad uno tutti i miei miti cinematografici : oggi Jean Louis Trintignant ,il timido studente del Sorpasso di Rosi , il pilota Innamorato di Un homme et une femme di Leluch e per me sopratttutto l’io narrante del bellissimo Deserto dei tartari di Zurlini.

Erano gli anni delle grandi coproduzioni italo-francesi e Trintignant era un volto conosciuto anche per il nostro cinema .

Guardo la sua filmografia e ci trovo anche l’ambiguo protagonista del Conformista di Bertolucci , un ruolo diverso dal solito e poi il giornalista di Zede di Costa Gavras, insomma un attore che ho molto amato e che ha accompagnato gran parte della mia storia di cinefile.

L’ultima volta che l’ho trovato perfetto fu nel ruolo del vecchio giudice del Film rosso di Kiewslowski , era invecchiato male e ormai il suo bel viso di ragazzo si era come avvizzito , forse anche per la tragedia che aveva colpito la sua famiglia.

Se ne va il mio mondo di celluloide ,  quando andavo tanto al cinema e certi attori facevano in un certo senso parte della mia vita. Aspettavo di rivederli al buio della sala , attraverso quel denso fumo di sigaretta che filtrava nel raggio magico dalla cabina di proiezione allo schermo , un’atmosfera che che giovani di oggi nelle loro multisale dove corrono solo a vedere i film con tanti effetti speciali non conosceranno mai.

Tous passe , tous casse , rien se remplace ..oggi mi butta così.