Perché amo il Fidelio ?

Me lo sono chiesta tante volte il perché di questa passione giovanile per quest’unica strana opera di Beethoven e forse dopo quest’ultimo Fidelio londinese forse ho trovata la risposta .

Non è , come potrebbero insinuare i maligni per colpa , o per merito , di quel ragazzo che lo cantava già magnificamente a Zurigo nel lontano 2004 , anche se quel disperato Florestan , bellissimo e bravissimo , mi colpì talmente tanto da essermelo rivisto migliaia di volte prima di avere finalmente l’occasione di sentirlo dal vivo.

No , la passione precede quell’incontro fatale su You Tube , nasce nei miei verdi anni fiorentini , ma è tutta nei cori meravigliosi che contiene .

Il primo , il coro dei prigionieri alla fine del primo atto : quel respirare l’aria pura come segno di libertà , quell’anelito verso la natura , quei volti rivolti verso la luce mi avevano sedotto.

Una volta , ero alla Scala e dirigeva Sinopoli , le scene di Enzo Frigerio : i prigionieri uscivano dalle feritoie del tetto , mi sembra di vederlo ancora e ricordo quanto mi ero emozionata .

Poi che Jaquino fosse uno che avrei tanto amato in seguito non lo sapevo proprio e in quel momento era adddirittura ininfluente.

Il secondo momento  magico è nel finale . Il governatore che dice :ogni  fratello cerca i fratelli ( Es sucht der Bruder seine Brüder ) con quell’Heil Heil festoso dei prigionieri liberati e cantato con le loro spose è una di quelle espressioni di gioia in musica che riesco a malapena a trattenere .

Mi viene (vergognosamente ) da cantarmelo in sordina tra me e me.

Anche a Londra me lo sono canticchiato dentro e festosamente addirittura mentre tornavo in albergo . 

Poi , tornata a casa , ho cercato tra i miei CD il Fidelio che mi ero comprata tanti anni fa , diretto da Bernstein , con un cast notevole e con l’esecuzione dei Wiener.

Come spesso succede , non si ha il tempo di leggere le note al lbretto cosa che invece mi capita ora con il tempo imposto dal vuoto generato dalla strana quarantena in cui viviamo.

Così ho letto un bellissimo saggio in cui si spiega la modernità della musica beethoveniana , il suo ricercare un senso musicale alla parola cantata , una vera anticipazione creativa rispetto alla musica del suo tempo.

Ugualmente illuminante l’intervista che Bernstein rilasciò nella sala del Musikverein, dopo l’esecuzione dell’opera che fu ripresa dal vivo dalla televisione nel 1978 .

Il grande direttore afferma che secondo lui Beethoven è partito dalla fine ,il senso del suo lungo rielaborare la sua unica opera era  “Freihet “, la libertà ed è da quella parola che Beethoven è partito per scrivere la sua unica opera.

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