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Aida superlativa

La cosa piu difficile oggi è raccontare senza usare troppi superlativi. Certamente ho la consapevolezza di avere assistito ad un evento eccezionale, non sarà facile evitare di dire: io c’ero quella sera a Roma all’Auditorium. Roma, grande ruffiana, si era anche messa l’abito della festa, un cielo cobalto e una dolce aria primaverile rendevano tutto piu luminoso sì che le masse festanti di tanta gente venuta da lontano (orde germaniche, galliche ed a vario genere melomani) si sentissero già appagati da cotanto sfarzo.

Felicità nell’attesa e poi la meraviglia di una musica sentita mille volte, facile e un pò pacchiana diventare sotto le mani di un Pappano irrefrenabile una serie di perle verdiane che si snocciolavano violente, preziose, delicate e in certi momenti miracolosamente nuove. L’idea intelligente non è stata solo quella del grande cast stellare, è stata quella di restituirci in forma di concerto un monumento della grande maturità verdiana in tutta la sua essenza preziosa. Soprattutto è stata la grande Aida di Radames, questo personaggio non di grande spessore che lo stesso Kaufmann nelle note al suo Cd verdiano definiva meno approfondito di altri grandi protagonisti verdiani diventare quella figura di tragico antieroe che é la cifra stilistica della sua grande arte. Dopo questa esperienza sarà difficile ascoltare un’altra Aida senza riportarci a quanto abbiamo ascoltato ieri a Roma.

Nelle prime note a caldo di tanti entusiasti spettatori leggo il desiderio di un lunghissimo, unico bis …ed era quello che tutti infantilmente chiedevamo assiepati sotto il palco come non mai, trasportati ancora da quella onda fantastica che la somma, chimicamente ineguagliabile: Verdi, Pappano, Kaufmann ci aveva fatto vivere nella serata indimenticabile. Onde sonore travolgenti nei primi due atti, quell’inizio perfetto del canto solitario di Radames (tutti in attesa di quel filato finale da brivido), gli ingressi scanditi con ieratica compostezza da tutti ci davano già la dimensione di assistere ad una esecuzione perfetta nelle vocalità di altissimo livello. Lo sciogliersi armonico e dolente del terzo e quarto atto confermavano la sapienza drammaturgica del nostro grande Peppino, un genio che sapeva bene calibrare anche gli strumenti del mestiere ed era arrivato ad un punto della sua immensa parabola artistica in cui forse sentiva sul collo arrivare l’onda wagneriana…Schermata 2015-02-28 alle 09.59.36

Vengo adesso doverosamente a parlare del cast. Hanja Harteros bella e solenne ci ha dato un’Aida dolente e regale, Ekaterina Semenciuk forse per la prima volta alle prese con un italiano piû scandito del suo solito é stata molto applaudita, un’ottima Amneris, Ludovic Tezier, un Amonasro di lusso si é confermato il grande baritono verdiano che tutti apprezziamo. Un altro lusso il sacedote Ramsis di Erwin Schrott, solenne anche nella gestualità e possente nel timbro. A difendere la ahimé troppo esigua rappresentanza italiana il basso Marco Spotti nelle vesti del Re e Paolo Fanale, lo squillante Messaggero. Orchestra magistralmente guidata sembrava uscire nelle raffiche di suoni letteralmente dalle mani   del demiurgo Pappano che ne plasmava gli accenti, cosî come anche l’ottimo coro diretto da Ciro Visco. Elegante nelle divise d’ordinanza la banda della Polizia di Stato cui spettava il compito di rinforzo nella grande Marcia trionfale. Qui mi permetto le mie personali e assolutamente profane considerazioni su alcuni passaggi della partitura: la marcia dell’Aida é un pô come il Ratataplan della Forza, pezzi oggi sicuramente datati come gli analoghi Viva la guerra e il guerra guerra…rispettivamente delle due opere citate, ma nell’Aida di Pappano per la prima volta ho sentito l’amore di Otello che verrà nel grande duetto d’amore, l’eco di un Don Carlo nel confronto violento tra le due protagoniste, ho sentito il genio verdiano sdipanarsi felice tra le note già tante volte ascoltate con minore partecipazione e sicuramente da me sottovalutate. Questo é stato certamente un dono nel dono di sir Tony al quale va la mia imperitura riconoscenza. Da ieri sera l’Aida non è quel trionfo visivo che qualche volta ha annoiato la mia partecipazione nelle grandi messe in scena, è una musica da ascoltare, per questo sarà preziosa anche l’uscita del Cd che é stato all’origine di questo progetto.

Di Jonas Kaufmann che dire, ormai di lui ho detto tutto, tanto preso dalla parte non si era neppure accorto che si stava perdendo il fiocchetto del frack, nella sua vocalità straordinaria, nella gestualità ridotta e partecipe sta il suo fascino planetario eppoi averlo davanti a mezzo metro mi ha fatto anche star male in certi momenti! L’unica cosa che lo imbarazza sono i gran mazzi di fiori che a lui, solo a lui e neppure alle due signore protagoniste nordiche kaufmanniane porgono come ad una chantosa di café chantant…Lui li prende sorridendo con timidezza, e si capisce chiaramente che non vede l’ora di posarli appena uscito dalla porta.

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In ricordo di Luca Ronconi

Molti in questi giorni ricorderanno Luca Ronconi, un artista che ha sicuramente segnato il mondo dello spettacolo in tutte le sue forme per un tempo lunghissimo nel nostro paese. Il mio personale elenco di ricordi è molto vasto. Va dal mitico Orlando Furioso della mia gioventù, passando per Il viaggio a Reims di Pesaro ed a una stupende Orestea di Spoleto di tanti anni fa.

Ebbene proprio sul Ronconi regista di teatro classico voglio fermare la mia memoria e ricordarlo con un episodio marginale ma che serve d’indicazione per il suo rigore e per la sua totale mancanza di compromesso che il suo fare teatro ci ha indicato.

Vado in Sicilia per gli spettacoli dell’INDA da un numero imprecisato di anni e porto i ragazzi che partecipano alla rassegna del teatro dei giovani di Palazzolo Acreide a vedere anche  gli spettacoli della grande rassegna siracusana. Una calda sera di fine maggio: inizia il Prometeo incatenato, Branciaroli volteggia appeso ad una gru alto sulla cavea, ma un incredibile rumore di canzonette si sovrappone alle voci degli attori. Sconcerto dell’uditorio e improvvisamente irrompe Ronconi in maniche di camicia al centro dell’emiciclo: Ferma tutti! Una concessionaria auto aveva pensato di inaugurare la sede con musica a palla e il vento portava verso di noi quella musica volgare. Ronconi ci chiede scusa, aspetta che l’orribile suono si fermi, i suoi attori impalati nelle posizioni più strane aspettano. Poi nel silenzio totale finalmente riacquistato il grande regista dà il via… e lo spettacolo riparte…dalla prima battuta del testo.

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Per la cronaca quello stesso anno Ronconi era stato costretto a levare dalla scenografia delle Rane alcuni manifesti allusivi a personaggi politici del periodo. Li aveva tolti e quei riquadri vuoti durante la perorazione tra le monete buone di conio e quelle false erano stati più eloquenti di ogni visione. Lui se ne era andato sdegnato, ma quei miei ragazzi ebbero comunque una grande lezione di teatro e di civiltà. Ho visto tante sue bellissime regie di prosa e di lirica ma è con questo episodio marginale che voglio ricordare con tutta la mia ammirazione e il dolore per la sua scomparsa il grande genio teatrale e l’impegno civile di Luca Ronconi.

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Perché non son’io coi miei pastori?

La chiacchierata di sir Tony con Jonas davanti ai pochi fortunati ammessi al teatro di Villa Torlonia è stata per me fonte di una di quelle delusioni attraverso le quali decido di essere ancora molto giovane “dentro”. Mi ero data tanto daffare per arrivarci. A parte la per me aberrante decisione democratica di farne un evento “Open fur alles” da parte del Comune di Roma, in realtà niente di più esclusivo si poteva pensare per chi innamorato come me dei due mitici personaggi era anche disposto a correre su treni e abbandonare le noie di una vita quotidiana per un’ora di conversazione.

Chiaramente solo i mecenati di Santa Cecilia erano invitati davvero. Infatti una leggiadra e ricchissima signora romana mi aveva anche invitato ad aderire, forse non rendendosi conto delle capacità economiche di molti comuni mortali disposti come me a correre in giro per il mondo ad ascoltare musica   ma non altrettanto ricchi da essere addirittura sponsor dei famosi teatri d’opera. Per il mecenatismo mi basta il sostegno al povero teatro della mia città.

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Tutte le strade percorse per arrivare al mitico incontro poi mi avevano fatto alla fine rinunciare. La cara amica giornalista che all’ultimo momento aveva fatto di tutto per accontentarmi aveva avuto dei guai in famiglia talmente grossi da farmi addirittura vergognare della mia futile richiesta. Ma tant’è: ho amici dappertutto e così miracolosamente alle 21 e 13 avviene il regalo: sul mio tablet arrivano le prime foto dell’incontro. Le condivido subito, non sono gelosa quando posso regalare anche agli amici queste perle fotografiche.

Mi arriva anche nella tarda serata una specie di riassunto spiritoso, non c’ero ma sono felice lo stesso che amici…di mouse e di gusti musicali mi abbiano permesso di partecipare come da uno spioncino fuori scena alla bella serata. Per gratitudine li devo nominare: il carissimo Giandonato e il notissimo per me Anton Giulio.

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Ma prima o poi…se il mio sogno si avverasse…vorrei tanto arrivare a godermi direttore e cantante in una conversazione che non sia solo quel minuto diabolico rubato per gli autografi, di quelli ormai sono pieni i miei scaffali tanto da essere una specie di collezione

Io imperturbabile comunque seguito a correre dietro a tutt’e due, certo però che averli avuti a Roma e non essere riuscita ad andarci mi fa ancora un po’ male dentro!

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Aspettando Aida

Non ho capito perché tutto ad un tratto è scoppiata una Aida-mania nel nostro paese. La voleva fare Riccardo Muti prima della sua sbattuta di porta dall’Opera di Roma, l’ha in programma Pappano a Santa Cecilia e la prossima settimana anche la Scala ci prepara una Aida in pompa magna con interviste al regista e soprattutto con Zubin Metha alla bacchetta.

Devo tuttavia confessare che la grande opera verdiana non è mai stata nelle mie corde. Come ogni frequentatore dell’ opera ho i miei bravi ricordi veronesi, un classico al quale è difficile sfuggire ed anche allo Sferisterio di Macerata l’Aida è in cartellone ogni due per tre. Nella storia verdiana so che l’Aida è l’ultimo grande capolavoro prima del periodo di silenzio che poi si sciolse nelle sue due ultime eccelse partiture: Otello e e Falstaff.

So anche che aldilà del suo lato pompier-egiziano Aida nasconde pagine mirabili di una storia che sfrondata del lato folkloristico contiene un dramma intimista ed ha pagine memorabili. Ma a me il lato, diciamo, così elefanti più piramidi è riuscito anche a rovinare l’incanto della visita a Luxor quando andai in Egitto. Mi sembrava di aggirarmi nella cartapesta di un allestimento un po’ più grandioso del solito, l’Aidaeffekt mi ha sempre impedito di ascoltarla con il dovuto rispetto.

Sono quindi molto curiosa di poterla ascoltare, a distanza di una settimana, in due versioni sicuramente piene di pregio, anche se il sentirmela in forma di concerto a Roma, con quel pò pò di cast stellare mi eccita di più e mi fa ben apprezzare l’occasione di esserci. Devo poi confessare che non vederli tutti mascherati da antico Egitto una volta tanto, ma non è la prima volta che mi capita con le opere in forma di concerto, mi farà sicuramente godere di più la musica senza perdermi negli ori e nelle cartapeste di rito.

Martedì a Roma Pappano e Kaufmann parleranno di questa incisione in uno spazio particolare: nel teatrino di Villa Torlonia. L’evento organizzato con la collaborazione del Comune di Roma, ahimè è partito con una formula molto democratica, ma anche crudele. Offerto gratuitamente, mezz’ora dopo l’apertura della biglietteria era già soldout per esaurimento di posti.

Non ci resta che piangere, direbbe Benigni…speriamo che ne facciano un video di presentazione del progetto.

 

 

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Lucia di Lammermoor senza tartan

Domenica pomeriggio, a casa con un raffreddore gigante, male di stagione. La prospettiva positiva è potersi godere la Lucia di Lammermoor da Monaco. Mi attrezzo di tutto: scialle, molti fazzoletti, un piccolo rinfresco con biscotti e mi connetto con Monaco. Già la vista del teatro mi mette allegria così come il sovrintendente Nicolaus Bachler che mi racconta la storia e pregusto un piacevole fine di pomeriggio. Ma non avevo fatto i conti col vento che flagella la costa del mare Adriatico, con la connessione Internet che comincia a saltare, prima ogni tanto, poi più spesso e alla fine, a metà del primo atto blackout totale. Vado a letto sconsolata ma la mattina dopo il mio caro Angelo viennese mi regala la gioia di potermi gustare questa Lucia che, devo dire subito, ho trovato interessantissima e come sempre per le rappresentazioni del BSO di notevole livello sia musicale che registico.

Comincio dalla regia: stranamente mi accorgo quanto sia femminile la storia e con quanta sensibilità viene raccontata. Infatti la regista è una giovane donna: Barbara Wysocka e il suo punto di vista si riflette su tutto l’impianto scenico, a cominciare da quella bambina con la pistola nel preludio che ci proietta nella tragica dimensione della memoria. Anche il quadro della fontana a cui Lucia rivolge il suo racconto iniziale sembra addirittura renderlo più concreto di quanto generalmente avviene davanti a patetiche fontanelle di scena.

Questa Lucia non è mai insanguinata, il sangue scorre a fiumi nella truce storia ma lei resta candidamente bianca nel suo ferale abito nuziale. La presenza, fisicamente molto piacevole dell’amato Edgardo, cosi’ ribelle alla James Dean come il fratello oppressore al quale Lucia parla con enfasi di donna che vuole combattere per il suo diritto di amare sono i personaggi maschili con i quali si confronta una donna che negli anni in cui viene trasportata la storia sono forse l’ultimo periodo in cui le figure femminili si potevano pensare ancora soggette alla supremazia dell’uomo.

Un colpo di genio dietro l’altro la scena della pazzia, con quell’uso del microfono in cui la povera pazza sublima il suo perduto canto d’amore, la paura degli invitati, il continuo tentativo di bloccarla da parte del gregario e del fratello, il suo essere lucidamente padrona del suo destino finale. La musica sembra addirittura diventare una colonna sonora dei gesti.

Diana Damrau, sulle cui qualità vocali nessuno ha mai dubitato ci regala una grande prova d’artista capace di incarnare una donna vera, con tutte le ribellioni e le tensioni che il personaggio aveva in sé e che non sempre emergono da simili scene ridotte a spettacolari vocalizzi che dimostrano solo le capacità tecniche e vocali delle interpreti. Pavol Breslik ha le physique du role, qualche volta la sua vocalità risente della difficoltà di accordarsi con i tempi esasperatamente lenti della direzione di Kirill Petrenko soprattutto nella prima parte dell’opera. Diversamente, quando nel finale la direzione d’orchestra pare avere trovato finalmente un tempo, oseremmo dire più donizettiano, la sua romanza “Tu che a Dio spiegasti l’ale”  ne dimostra anche le ottime qualità belcantistiche. Unterlinden-Glass_harmonica_(2)

L’uso della glassarmonica, aldilà della curiosità filologica, mi ha lasciata abbastanza fredda. Non si giustifica questo ritorno alle origini quando il dialogare della soprano col flauto resta una delle più felici intuizioni musicali belcantistiche. Se accetto e mi piace molto una Lucia senza i tartan d’ordinanza non vedo perché parimenti si debba andare a riscoprire una curiosità musicale superata dall’avere migliorato la pagina immortale della follia della sposa di Lammermoor. Ovviamente queste note sparse non sono una recensione di uno spettacolo visto solo in video. Conosco bene l’impatto sia visivo che musicale che ha la rappresentazione dal vivo, per la recensione vera rimando i miei lettori alla prossima estate quando, a Dio piacendo, vedrò lo spettacolo dal vivo al BSO.

Per ora mi confermo che la tanto vituperata Inszenierungregie è per me la via più affascinante per rileggere anche i sacri testi del melodramma italiano .

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Il microfono…infedele

Vorrei fare una considerazione seria sulla veridicità della voce riprodotta con i moderni e sofisticati mezzi che oggi la tecnologia mette a disposizione dei cantanti e so che devo procedere con molta cautela perché quando si parla di Kaufmann si rischia sempre di toccare il nervo scoperto delle sue acritiche ammiratrici.

Ho sempre sostenuto che il microfono sia necessario nelle rappresentazioni in streaming perché altrimenti il suono si potrebbe perdere soprattutto quando si tratta di cantanti – attori che non si mettono lì impalati al proscenio. Quindi i microfoni ci sono sempre e siamo abituati al piccolo filo che si intravede dietro il collo al momento dei saluti. Ho anche specificato davanti a scandalizzati censori che non si tratta di amplificazione, solo di uno strumento necessario per fare arrivare la voce fluidamente alle orecchie degli spettatori.

Infatti i microfoni tutti i cantanti ce li hanno solo per le rappresentazioni con ripresa video. Memorabile, con suono netto, il colpo in testa del Lohengrin al minuto, mi pare 43, che confermava agli stupiti e ingenui spettatori: possibile che Kaufmann abbia un microfono?IMG_0931

Ce lo hanno tutti quando si canta in streaming e il discorso si potrebbe chiudere qui.

Ma la visione ravvicinata di un frame dell’Andrea Chenier in cui si vede il microfono microscopico piazzato sulla guancia mi ha fatto capire che questa ulteriore raffinatissima tecnica mal si concilia con la resa di una voce che dal vivo ha una potenza e nel contempo una morbidezza uniche. Per spiegami meglio: quando nella grande navata della Michaelkirche a Monaco durante l’Adventernkorzert Jonas ha attaccato l’Ingemisco dal Requem di Verdicredo che a ciascuno dei presenti sia corso un brivido sulla schiena.

La voce potente ed insieme morbida arrivava fortissima e vellutata fino in fondo alla chiesa.

Invece alcuni spettatori, magari i più sensibili e preparati, assistendo all’Andrea Chenier al cinema hanno detto che l’Improvviso era un po’ freddo, che la voce era   perfetta e pulita però meno fluida del solito.

Ebbene io penso che quel diabolico microfonino sulla guancia non abbia reso un buon servizio al nostro grande tenore. La ROH è sicuramente all’avanguardia nelle riprese, forse il microfono tra i capelli col filo dietro la schiena è meno bello, ma questa soluzione nuova pone il problema della fedeltà della riproduzione il più possibile aderente al vero. Non voglio dire che Kaufmann va solo sentito dal vivo, sarei una snob anche molto antipatica, ma penso che si debbano ancora trovare gli strumenti perfetti per renderci la qualità e la perfezione della voce umana come è realmente, specie quando si tratta di cantanti di grande livello.

Il piccolissimo microfono sulla guancia può fare ancora, ahimè in negativo, la differenza e ribadisco in chiusura che questa mia riflessione non è altro che un ulteriore atto di amore per un cantante straordinario del quale comunque le riprese video, anche se imperfette dal lato vocale, ci permettono di vedere meglio la sua grande arte di attore attraverso i primi piani pieni di intensità, quelli che ci perdiamo vedendolo dal vivo.

Anche se in questi casi io sono praticamente in apnea!

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Passa la vita mia come una bianca vela…

Niente da fare, Giordano ha colpito ancora, da due giorni ho nella testa quest’aria e mi rimangio tutto quello che ho detto e scritto a proposito dello Chenier datato.

Sarà colpa del meraviglioso tenore, sarà che era nella mia testa di ragazzina, sarà che sono una inguaribile romantica che perdipiù ha passato la metà della sua vita sulle barche a vela ..

Sarà tutto questo, ma da quando sono tornata da Londra mi canticchio continuamente nell’animo tutte le arie di Andrea Chenier, anche se poi sono anche quella che ha notato senza mitizzare il bruttissimo attacco di ”ora soave”.

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Fotografia di Bill Cooper © Tutti i diritti riservati

Lo avevo già colto ascoltandolo alla radio, lo avevo anche più sofferto direttamente a teatro. Ma cosa succede a Kaufmann in quell’attacco che Stinchelli ha paragonato al ciglio di una porta arrugginita?
L’ho risentito diecine di volte e ho capito che forse il tentativo di Kaufmann di partire talmente basso da faticare l’intonazione era la sfida che penso si sia dato da solo per riuscire a partire in pianissimo e fare una di quelle scalate che solo lui sa fare, ma che forse nelll’impervia partitura di Giordano diventa una sfida quasi impossibile.Ho tentato di paragonarla alla altrettanto difficilissima apertura “Goooottt“ dell’aria di Florestano nel Fidelio.

Non a caso Kaufmann stesso ha raccontato di averci messo quattro anni a convincersi ad accettare la parte per poi riuscire in quella partenza in pianissimo che ha del miracoloso.

Non sono una musicologa e nemmeno una maestra di canto so solo che qualche volta se si tenta un difficilissimo passaggio acrobatico sul filo ci si può fare anche molto male.

Qualche kaufmanniana di area mitteleuropea può condiderare blasfemo anche solo criticare il divino.

Io lo faccio per amor , gli voglio tanto bene e so che anche queste sue sfide vocali a se stesso lo fanno quel grande cantante che è.

Forse l’attacco di “ora soave” non è perfetto, ma certamente non è neanche il cigolio di una porta arrugginita, è la scommessa di un grande che vuole tentare strade mai battute e che anche lui percorre con fatica. Ma sono sicura che se ci sarà una ripresa dello Chenier a breve lui riuscirà a stupirci ancora una volta con un prestigioso attacco in pianissimo della famigerata aria.

Intanto mi godo “passa la vita mia come una bianca vela e “ come “un bel di di maggio“ che sono l’equivalente di miele puro per le mie orecchie, me le risento nell’anima e ringrazio la vita che mi ha permesso di godere ancora di questi immensi doni che sono l’unico motivo per apprezzarla veramente.

 

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Ancora su Andrea Chenier

Articolo di Caterina De Simone

Jonas Kaufmann è bello, consapevolmente, e ha passato tre quarti della sua carriera a tentare di far dimenticare la sua bellezza. I detrattori criticano la sua tecnica giudicandola poco ortodossa, il timbro artatamente scurito e infine la voce definita “ingolata”, ma il cantante tedesco ha ormai deciso che non vale la pena di sciupare energie nervose ed emotive nel rincorrere il consenso unanime, continuando invece a costruire sapientemente il suo percorso artistico. E così ecco l’avvicinamento al “verismo” con Andrea Chenier alla ROH e “Cav & Pag” al festival di Pasqua di Salisburgo , il tutto inframmezzato da un altro debutto importante nell’Aida concertante a S. Cecilia e un ritorno più comodo con Carmen al Met.

A prima vista proprio lo Chenier che sta affrontando in questi giorni a Londra sembra riduttivo per la grande capacità di scavo psicologico di Kaufmann. Come nobilitare il “Dramma Istorico” di Giordano che conserva ancora la vecchia struttura a pezzi chiusi e che tradizionalmente è apportatore di fama per tenori spesso urlatori e completamente assuefatti alla bidimensionalità del personaggio? E come dribblare la consuetudine dei singulti e degli effetti plateali che si associa ancora alla parte più deteriore del “Verismo” in questione?

Dopo trent’anni la ROH rilancia Andrea Chenier e scommette su e con Jonas costruendo attorno a lui una produzione che assomma quasi il meglio a disposizione. Sul podio l’amatissimo Tony Pappano (e ricostituisce così la miglior coppia possibile di cantante e direttore), in regia il beniamino di casa David Mc Vicar e ,a ricoprire gli altri due ruoli principali, Eva-Maria Westbroek e Zeljko Lucic. Aggiungiamo poi una sfilza di comprimari di provata esperienza, i costumi di Jenny Tiramani , le scene di Robert Jones oltre al coro diretto da Renato Balsadonna e avremmo sulla carta uno spettacolo indimenticabile. Il problema principale in un’operazione come questa è sempre la relativa debolezza della partitura e della drammaturgia. Giordano non ha l’ironia e neanche la capacità di trattare il materiale motivico di Puccini, ma proprio perché tutto questo è risaputo risulta pretestuoso porsi all’ascolto scuotendo la testa o arricciando il naso. Quindi è forse un errore anche il “puccinismo” di Pappano, che strizza l’occhio al minuetto di Manon Lescaut nella gavotta del I atto e assimila il Gerard del III atto allo Scarpia della Tosca .

La chiave di regia di David Mc Vicar improntata ad una oleografia quasi datata ha molto fatto discutere. A parte l’ironia del pastiche settecentesco con balletto del primo atto facilmente assimilabile alla coreografia realizzata nel terzo atto della Adriana Lecouvreur del 2010 sempre alla ROH e sempre con Mc Vicar, i tre atti successivi hanno mostrato quasi una rinuncia ad un vero e proprio concept. Tutto ciò avallato da scene piuttosto convenzionali e da costumi molto belli e raffinati ma che probabilmente sono stati pensati più per la trasmissione cinematografica del 29 gennaio che per una vera idea di fedeltà estrema al libretto. O forse il tanto vituperato regietheater ha rovinato per sempre la prospettiva didascalica delle altre regie “normali”….chissà!

Musicalmente la Maddalena di turno, incarnata da Eva-Maria Westbroek , stenta ad incarnare “l’ingenue” del primo atto, mentre riesce meglio a dar vita al personaggio braccato e preoccupato per le sue sorti e per quelle del suo innamorato negli atti successivi nonostante un vibrato a volte eccessivo . La sorregge a dovere Pappano che crede molto nella soprano olandese tanto da averla voluta come protagonista dell’ultima opera di Turnage , Anna-Nicole , e che la accompagna perfettamente ne “La mamma morta”. Quanto a Zeljko Lucic sfoggia il suo vocione e si comporta “comme d’habitude” graniticamente sul palco. Il suo “Nemico della patria” strizza l’occhio al “Credo” di Jago, poi il baritono serbo “Scarpieggia” non poco per quasi tutto l’atto III, venendo però inghiottito dal pieno orchestrale che più pieno non si può scatenato da Pappano. E che strano questo scompenso tra buca e cantanti… Sir Tony è il miglior concertatore –accompagnatore di cantanti nel panorama internazionale! Il cerchio si chiude con Jonas Kaufmann che , per solito un po’ lento ad entrare nel personaggio, si lancia nell’aria di sortita in un Improvviso avvincente, assertivo, tutto sul fiato e ricco di sottigliezze che probabilmente non si sono mai sentite da nessun altro interprete. Niente eccessi , eppure delineato alla perfezione il fervore del poeta offeso dalla superficialità e vanagloria della nobiltà francese. Non c’è invettiva, ma il sottile intelletto del rivoluzionario in nuce , punto sul vivo e pronto a colpire con le sue armi: parole e poesia. Nel II e III atto conferisce al personaggio lo spessore che manca alla scrittura musicale per poi offrire un finale estremo con un duetto esaltante in coppia con la Westbroek cantato tutto in tono laddove esempi famosi del passato ci rimandano a canonici abbassamenti di un semitono.

E’ probabile che l’Andrea Chenier sia stato inserito nel suo calendario come tappa importante di avvicinamento al verismo di Cav&Pag e questo non fa che confermare le sue grandi doti di programmazione e gestione della carriera. Quindi, a parte le indubbie doti canore, guai a considerarlo solo bello; più che bello è di una intelligenza rara

Caterina De Simone

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Ripensare Andrea Chenier

Luigi Illica, il librettista di Giordano, aveva il senso del tempo. Intellettuale e giornalista, apparteneva alla scapigliatura milanese, sicuramente con inclinazioni socialiste e trovandosi tra le mani l’occasione di scrivere un libretto sul secolo dei lumi avrà avuto sicuramente a cuore l’idea di esaltare il ruolo degli intellettuali nel grande momento della più grande rivoluzione borghese che avrebbe cambiato per sempre il corso della storia.

La macchina messa a punto dal dottor Guillotin, detta affettuosamente Louisette, avrebbe per sempre decapitato, anche fisicamente, i privilegi di una aristocrazia scandalosamente perduta nei propri privilegi. La figura del poeta vittima del suo pensiero era sicuramente nelle corde di Illica e la sua narrazione, se la vogliamo leggere in maniera meno oleorafica, è perfetta.Schermata 2015-02-01 alle 09.07.40

Atto primo. Nella gabbia dorata aristicratica, nella quale l’unica voce ribelle è quella del poeta intelletuale, irrompe il popolo cencioso a spezzare una sorta di incantesimo di un mondo ottuso col capo, finché ce lo avrà sul collo, decisamente rivolto all’indietro.

Atto secondo. Gli intrighi della prise de pouvoir del nuovo: le trame e le vittime, perfetta la citazione di Desmoulin, nel momento della deflagrazione di un sistema. Cambiano i costumi: arrivisti e cortigiane, leggi Incroyables e Merveilleuses.

Atto terzo. L’inevitabile condanna del pensatore ribelle e orgoglioso, “si fui soldato” introdotta dalla costruzione pretestuosa di un colpevole “ nato a Costantinopoli…”

Atto quarto. La Louisette in azione e inserimento finale della grande storia d’amore. Inevitabile melò-dramma con il sacrificio di una donna sola “la mamma morta”, tutto bruciava intorno, quasi un riscatto di classe in nome dell’amore . Di quell’amore che non è solo palpito, ma è anche la molla iniziale che fa scattare l’amore tra il poeta e la fanciulla.

E qui sta l’errore madornale di McVicar. Invece di accentuare una trama socialmente e umanamente accettabile rimodella il tutto sul cliché pane e brioches e resta il rimpianto di non avere assistito ad una rivisitazione qui veramente necessaria in chiave politica. Dalla gabbia dorata del primo atto alla grande ghigliottina sullo sfondo sinistro si potevano muovere credibilmente un popolo cencioso, una fauna di approfittatori e la bianca luce privata di un amore.Schermata 2015-02-01 alle 09.19.59

Come al solito Jonas Kaufmann a modo suo si salva e con garbata ironia riesce a trasmettere con una deliziosa serie di messaggi in bottiglia tutta una serie di segnali molto divertenti:
preziosa la sua foto divertita tra le tricoteuse, zeffirellianamente messe sulla gradinata del processo e addirittura provocatorio il far vedere nel video trionfante del RHO in cui si esaltano i preziosi costumi d’epoca ricostruiti, questi sì nel modo in cui solo gli inglesi sanno fare i film storici, il tempo lunghissimo che gli ci vuole per cambiarsi gli stivaletti dai mille bottoncini in un tempo breve (dieci minuti) sorvolando allegramente e con nonchalance sulla difficoltà del fatto che poi lui sarebbe tornato in scena per cantare le impervie arie della partitura con la maestria che ne fanno sicuramente oggi il più grande Andrea Chenier disponibile sulla piazza.

Che bella sarebbe una ripresa della BSO in questa chiave!